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venerdì 23 settembre 2022

UNO SGUARDO SU ... L'IMMENSITÀ

L' Immensita' | Cinema Porto Astra

Qualche giorno fa sono stata al cinema a vedere L’immensità, un film la cui uscita ha destato fin da subito curiosità e aspettative. Curiosità perché l'ipotesi della storia autobiografica e personale del regista, Emanuele Crialese, ha destato un’iperbole crescente di attenzione, come se questo fatto dovesse di per sé essere un valore, una qualità a prescindere. Chi come me ha a che fare con la costruzione delle storie sa che il verosimile è vero, tanto quanto una storia autobiografica. Più volte il regista ha detto che questo è sì un film che a che fare con la sua storia, ma non ha voluto che a essere rappresentata fosse solo la sua personale esperienza di vita.

Ma torniamo alla storia del film, che a questo punto è corretto dire è ispirata a quella del regista, con l’intenzione di rendere universale, come solo l’arte sa fare, una storia personale.

Al centro della storia la telecamera punta il suo occhio sulla famiglia protagonista, ma la narrazione è portata avanti dallo sguardo dei bambini, i tre figli della coppia, Adriana, la più grande, Gino il mediano, e Diana, la piccola.

Siamo negli anni settanta, Clara, la madre straniera, motivo per il quale non viene doppiata, ed è infatti impersonata dalla meravigliosa Penelope Cruz, si mostra fin da subito nella sua estrema fragilità, una donna succube di uomo arrogante, violento e fedigrafo. 

I bambini guardano, in silenzio, osservano, cercano di opporsi per come possono a quello che non riescono a comprendere: il comportamento del padre, chiuso nella gabbia di uno stereotipo maschile che non gli lascia sperimentare altro che l’impartire ordini; il comportamento della madre, che prova a celare la crisi, a nascondersi e a nascondere dietro a una giocosità forzata, una propensione al divertimento che appare fin da subito eccessiva, quasi invadente nei confronti dei bambini, a tal punto che in una scena Adriana le dice che lei non può fare quel gioco, deve stare nel mondo di sopra, con gli adulti, il suo essere estranea oltreché straniera. 

Una giocosità con la quale vorrebbe proteggere e al tempo stesso sdrammatizzare il senso di oppressione, il sentirsi preda in gabbia, non solo di quell’uomo con cui ha generato i suoi figli, ma di un sistema di convenzioni che per anni ha chiesto alle donne di tacere e di occupare un ruolo liminale nella società. 

Così fin dalla prima scena lo spettatore avverte questo senso di angoscia, e insieme con i bambini protagonisti, non riesce a essere pienamente partecipe di quell’ostentata danza di apparecchiamento per una cena nella quale ospiti non graditi sono il padre e il silenzio.

Eppure quei bambini attoniti e silenziosi hanno una voce, che parla attraverso il corpo, i gesti, le azioni: Adriana, che sente nel profondo di non essere una bambina e vorrebbe diventare un bambino, porta avanti piccole scelte di ribellione, varca confini proibiti, come il canneto, un elemento scenico dai chiari rimandi fiabeschi, anche per il modo in cui la cinepresa vi passa in mezzo, e che porta la protagonista a sperimentare la ricerca della propria identità, l’essere amata per come è. È proprio oltre il canneto che incontra infatti una ragazzina, alla quale si presenta come Andrea e con la quale nasce un sentimento sincero e profondo di amicizia e affetto, proprio perché la sua amica la/lo riconosce per quello che è. 

E poi ci sono Gino, il mediano, che mangia troppo ed evacua in corridoio, per dare dimostrazione della sua presenza, per non restare schiacciato da quella figura paterna così diversa da lui, e per non restare fuori dal quel rapporto così speciale che la madre ha con Adri e con la più piccola Diana.

Ma anche Diana grida al mondo tutta la paura di camminare sempre in bilico sull’orlo del disastro: lei infatti cerca ostinatamente di richiamare l’attenzione trasformando il cibo, e il momento della condivisione del cibo, in una occasione di immaginazione, così ciò che è nel piatto viene ridisegnato, e mai mangiato.

Luana Giuliani, Patrizio Francioni e Maria Chiara Goretti ne L'Immensità

Potentemente immaginifico è anche il richiamo ai varietà con cui la TV di Stato faceva il suo ingresso nelle case degli italiani, con una Raffaella Carrà che coniugando corpo, voce e parole restituiva alla società tutta l’immagine di una donna che poteva esprimere desideri, un corpo suo e una presenza scenica viva e vitale.  

La TV rappresenta nel film una sorta di finestra aperta su un mondo in cui davvero è possibile, anche solo per il tempo di un varietà, immaginare una società libera dalle convenzioni sociali, che costringono in ruoli asfittici madri, padri e figli.

Ma ciò che davvero rende questo film un capolavoro è la poesia della fotografia, che irrompe con squarci luminosi come da un Altrove, con soluzioni sceniche che affondano dagli occhi dello spettatore verso l’interno, e vanno ad agganciarsi a qualcosa di profondo, un terreno comune in cui poter sentire, in sintonia con i personaggi, i sentimenti e le emozioni più profonde, che fanno Rumore, proprio come canta Raffaella Carrà in una delle scene iniziali, e che chiedono di essere accolte, convocate alla presenza dello spettatore, senza essere giudicate.

Più volte il regista ha dichiarato che il film ha a che fare con temi a lui cari come la donna e la maternità, i bambini, le migrazioni, la transizione di un’anima.

Ma il film è molto, molto di più, un manifesto poetico alla fragilità dell’esistenza, un inno alla libertà di essere un essere umano, cantato, mi viene da dire, con delicatezza, rispetto e cura, soprattutto nei confronti di quei bambini che continuano a osservarci, anche quando non prestiamo loro attenzione. 

Proprio agli attori bambini va una menzione speciale, perché, nonostante fosse per ognuno di loro la prima volta sul set, hanno reso i personaggi interpretati indimenticabili. 

Nel titolo mi piace pensare a un mondo che nell'immensità del suo sguardo possa accogliere le voci e i corpi plurali delle sue creature. 

Bravo Crialese ma bravi davvero tutti 

giovedì 16 marzo 2017

Sorelle di carta

Sono passati sei anni da quando in Siria c'è la guerra.
Per questo ho deciso di scrivere questo post, con l'idea di raccontare ancora di quella Siria di cui ho scritto nel libro, Sorelle di carta, ma anche del viaggio che il libro stesso ha compiuto tra le ragazze e i ragazzi che ho incontrato in questi anni.
Una ragazza, in un incontro che ho avuto nella libreria Feltrinelli di Verona a febbraio, mi ha chiesto quale fosse stato il sentimento che mi aveva spinto a scrivere la storia. Di emozioni ne ho provate molte, perché come dicevo anche a lei, l'emozione è qualcosa che investe il corpo, è una reazione incontrollata o scarsamente controllabile a uno stimolo esterno. E quando scrivo storie mi capita di stare così dentro i dialoghi, le situazioni, i personaggi e ciò che accade loro, che sì, mentre le dita battono incessantemente sulla tastiera, comincio a sudare, o al contrario ad avere le mani gelate in pieno luglio, e un gran batticuore.
Il sentimento è qualcosa di diverso, è composto da radici che tessono legami con la terra della nostra memoria. E in questo caso il sentimento che mi pervade ancora oggi è quello della gratitudine.
Gratitudine per un paese e per un popolo che mi ha accolto nonostante la mia alterità, che mi ha mostrato senza reticenze la sua natura intima, che mi ha donato la capacità di scartare un angolo di osservazione e provare a vedere da una prospettiva altra.

Il villaggio di Tell Mardikh visto dalle mura della città antica

Hamid e Ahmed Ajali in posa dopo aver preparato il cantiere per le foto finali

Ho lavorato in Siria per tanti anni, con periodi di permanenza di diversi mesi ogni anno. Mi è capitato di partire ad estate appena cominciata e di tornare a novembre, quando qui brillavano già le luminarie di Natale. Ogni partenza e ogni ritorno sono stati un viaggio di crescita, sono state parole scritte sul nastro della mia memoria. Ho messo a dimora immagini, colori, odori, sensazioni, paure, gioie, incomprensioni, difficoltà, resistenza, dialogo, affetti profondi, quelli che poi sono confluiti nel libro.

Buseina e Dua con me sotto la tenda di casa

Spessissimo i ragazzi mi chiedono se i personaggi e la storia siano vere, come se l'esserlo avesse un valore aggiunto, come se desse alla storia quel quid in più. Così racconto loro che per me ogni storia è vera, nella misura in cui posso leggerci una parte di me, che prima non vedevo, e questo mi da la possibilità di ricrivere allo stesso tempo nuove traiettorie esperienziali.
Il libro è dunque nato per raccontare della Siria, per mostrare un paese che in pochi anni è diventato, negli occhi della memoria di tutti, solo e soltanto guerra, distruzione, profughi. E di cui invece io ho conosciuto soprattutto la bellezza culturale e umana.
Ma volevo anche raccontare di quel paese, straniero a molti adulti, che è l'adolescenza, dove le storie hanno il potere di una cassa di risonanza che amplifica emozioni, vissuti, esperienze, segnando e costruendo possibili nuovi scenari indentitari.
Così scrive Andrea (3G): Da questo testo emerge anche il bisogno di libertà da parte della protagonista e la forma di ribellione che lei coltiva nel corso del tempo. (Andrea 3G)
In realtà Costanza non riesce a trovare davvero un modo per resistere al mondo degli adulti, in Siria ci si ritrova lo stesso, nonostante le sue resistenze, e la scuola che frequenta è quella che hanno scelto i suoi genitori. Ma sarà proprio questo accumulo di situazioni che la porterà a esplorare una parte di sé e a trovare comunque una strada nuova, proprio all'interno di quelle situazioni non volute.

Aima vista con gli occhi di Sara (3 A)

Una cosa che credo sia piaciuta molto ai lettori, è stato il sentirsi dentro la vita di Costanza, perché quella storia in fondo, poteva essere anche loro, perché hanno sentito di potercisi riconoscere. E quel desiderio di sperimentare la vita per conto proprio, in autonomia, è tutta dentro i ragazzi. Ne hanno bisogno, sentono di dover provare a fare da soli, senza qualcuno pronto lì a puntare il dito, per dire "te lo avevo detto", al primo sbaglio.
Ginevra (3G) scrive: Sembra quasi che la scrittrice sia un'adolescente. I sentimenti che prova Costanza sono uguali a quelli che si provano quotidianamente. Lo ammetto io, che non leggo molti libri, perché quelli che trovo sono molto dispersivi, invece Sorelle di carta a mio giudizio è molto fluido ed è stato facile leggerlo. Oltretutto leggendo si ha la sensazione di entrare in questa vicenda. 
Ancora Natalie (3 A) scrive: Questo libro è stato forse l'unico a suscitare in me le stesse emozioni delle due ragazze, di Costanza e Aima, che completamente differenti nel loro modo di vivere, rischiano tutto per difendere il loro desiderio di libertà."
Alice (3 A) scrive: Ho amato ogni pagina di questo romanzo, forse perché assomiglio a Costanza, o per il linguaggio e le vicende attuali che mi hanno fatto immedesimare con facilità nella protagonista.
Nel libro Costanza e Aima non si trovano mai in prima linea sulla scena della guerra, ma ne sentono tutti gli effetti devastanti, avvertono crescere la tensione, vedono il fratello di Aima unirsi ai combattenti per la liberazione della Siria dalla dittatura, vedono la paura negli occhi e nei gesti delle persone adulte.
Questa tensione ha valicato il confine della storia, è entrata in forte relazione con i lettori, a tal punto che mi hanno chiesto più volte se fossi stata lì durante la guerra. Ovviamente no, ma negli anni in cui sono stata in Siria era evidente a ogni angolo di strada che non si trattasse di un paese democratico e libero, soprattutto per chi ci viveva. Ho respirato sulla mia pelle quella tensione, ho ascoltato gli anziani lamentarsi mestamente e a voce bassa di come andassero le cose. Quasi sempre le lettere che ricevevo dall'Italia erano state aperte e richiuse, con tanto di briciole di cibo dentro, e spesso private di una parte del loro contenuto, una foto, uno spartito musicale. La censura era sempre attiva e noi che lavoravamo lì non potevamo mai dimenticarcene.
Ricordo esattamente l'alba di una mattina, quella che seguiva l'affermazione di un nostro politico sul fatto che la cultura dell'Occidente fosse superiore a quella dell'Islam, ricordo le parole pesanti degli operai più grandi, ricordo quel loro sguardo ferito, e l'impossibilità mia di poter dire davvero tutto quello che pensavo in quel momento.
Mi limitai a dire che avevano ragione  e che certo io non la pensavo affatto così. Ma non potevo in nessun modo intavolare con loro una discussione politica, per nessuna ragione al mondo. Provai su di me un senso di impotenza e di abbattimento. Dopo qualche giorno uno di loro arrivò con un dono per me, una piccola croce di ferro, da appendere a un cordino, incartata in un angolo di foglio di giornale. La conservo nella mia scatola dei ricordi come il segno evidente che l'amore e il rispetto passano indissolubilmente dalla conoscenza. Sperai davvero con tutta me stessa che prima o poi la Siria potesse aprirsi a un percorso di democratizzazione, difficile ma necessario. Lo chiedevano i tempi e lo chiedeva il suo popolo.

Tell Mardikh, vista dalle mura della città antica 

Racconto tutto questo ai ragazzi che incontro, racconto della storia della Siria, delle sue origine moderne, e di come le manifestazione pacifiche svoltesi a Dar'a, a metà Marzo del 2011, potessero rappresentare davvero un'occasione, perché per la prima volta la società civile manifestava con un intento comune. Occasione purtroppo fallita e mancata, degenerata in brevissimo tempo in una catastrofe senza precedenti.
Credo che per i ragazzi gli incontri con me siano stata un'occasione di confronto e di approfondimento, perché spesso ciò che apprendono dai mezzi di informazione, è solo la notizia del momento, il massacro dell'ultima ora, non una ricostruzione accurata di come ci si sia arrivati a tanto scempio. Le immagini scorrono senza fondo, senza un sostrato nel quale trovare collazione, e così scivolano via, giorno dopo giorno, lontano da loro, e pure da noi.
Per questo sono convinta che ai ragazzi invece dobbiamo dare gli strumenti per non fermarsi a quelle immagini prive di prospettiva e terza dimensione, perché hanno bisogno di comprendere che ciò che accade non è esito momentaneo di un fatto particolare, ma conseguenza di un percorso, di una storia, in cui nessun attore in gioco, dunque nemmeno l'Occidente, può tirarsene fuori.
Scrive ancora Lucrezia (3 A): In questo libro ho visto crescere Costanza e Aima e con loro sono cresciuta anche io perché ho capito che le differenze di cultura e tradizioni non possono fermare "il desiderio", "la speranza" e "l'immaginazione". Questo libro è stato per me la chiave che ha aperto la porta dei miei pensieri verso le persone adulte. Mi è piaciuto come la scrittrice si è immedesimata in una ragazza quattordicenne con tutti i suoi problemi, consiglio quindi questo libro anche alle persone adulte per rinfrescare l'età dell'adolescenza che a loro non appartiene più"
Questo scrive ancora Francesca (3A): Personalmente ho adorato questo libro, soprattutto, l'idea, il pensiero su cui è stato costruito, quello di riscattare la vita di un intero popolo, di uomini, donne e bambini, che molto spesso non possono esprimere le proprie idee e talenti.
In un articolo, uscito domenica scorsa su Robinson, l'inserto di La Repubblica dedicato alla letteratura(http://www.repubblica.it/cultura/2017/03/11/news/robinson_12_marzo_raccontare_la_realta_con_gli_scritto_da_carrere_a_grossman-160305882/?ref=search), dal titolo, L'arte di raccontare la realtà, diversi grandi autori, tra i quali David Grossman, rivendicavano il senso e il potere della fiction. L'articolo andrebbe letto e riletto: il senso della riflessione poneva l'attenzione sul fatto che la letteratura, con le sue narrazione, ha il potere di restituire voce, dignità, visibilità alla complessità di ogni singola vita umana, a fronte spesso di una spersonalizzazione disumanizzante della rappresentazione giornalistica, che invece mostra le masse come fossero un'entità astratta, con cui è difficile empatizzare. Lo scrittore ha la possibilità di scegliere un protagonista è in esso mettere in scena il caleidoscopio di vissuti, sentimenti, emozioni che quelle persone coltivano e vivono.
Quello che ho cercato di fare con Sorelle di carta è stato proprio questo, narrare della Siria dal di dentro, per come l'ho conosciuta e vissuta io, in tanti anni di vita trascorsa lì. Ho voluto che le difficoltà, le paure, le ansie di libertà, i desideri e i sogni si palesassero concretamente nel corpo, nella mente, nel cuore di due adolescenti. Ho voluto che la Siria non fosse rappresentata solo per l'aberrazione delle sue fosse comuni, ma anche e soprattutto per la magnificenza della sua cultura millenaria, che appartiene a tutti noi, in primis al suo popolo.

Tell Banat, Medio Eufrate, Siria

Tell Banat, bambini sullo scavo

A casa di Mahmoud con Susanna, chissà di cosa discutevamo...

Ora ciò che vorrei davvero è che il libro continuasse a viaggiare qui in Italia, ma anche così a lungo da arrivare lì, dove tutto questo è nato. Un desiderio folle, lo so, ma sarebbe davvero bello se un giorno Sorelle di carta potesse essere letto dalle ragazze e dai ragazzi siriani.
Forse allora potrei pensare davvero, come mi hanno chiesto moltissimi dei ragazzi che ho incontrato, di continuare questa storia. E magari con un finale in cui la Siria e i suoi giovani possano riprendersi in mano le file e le traiettorie del proprio futuro.

Il braccialetto me lo ha regalato una ragazza che era in prima fila all'incontro di Verona. Una ragazza  tunisina, con un bellissimo velo in testa, che mi ha detto che anche lei aveva a cuore, come me, la mia Suria, nome che ha pronunciato in arabo. 

Ogni libro non nasce mai da solo: perché una storia arrivi tra le mani dei lettori, c'è tanto tantissimo lavoro da fare, un lavoro fatto soprattutto di cura, di attenzione, di sostegno, di pazienza, di passione, di accoglienza. Questa storia non sarebbe mai venuta alla luce se un'amica non mi avesse detto che la casa editrice con la quale ho poi pubblicato, Mammeonline, ora Matilda Editrice, stava aprendo una nuova collana, Crisalidi e Farfalle, e che sarebbe stata perfetta per il mio libro. Di questa casa che mi  ha accolto ringrazio di cuore Donatella Caione per avere sentito la mia storia, dentro e oltre, le file di parole, che la costruivano.
Così come ringrazio tutte le insegnanti che ho incontrato in questi anni per avermi accolto nelle proprie aule, in modo particolare il mio grazie va all'I.C. W.A. Mozart e soprattutto alla professoressa Laura Girlando, per la sua tenacia e la sua fiducia.
E da ultimo, ma non per importanza, alle ragazze e ai ragazzi, miei lettori, grazie di cuore!



mercoledì 19 ottobre 2016

Salvatore

Di notte, mi accade sempre di notte: la solita puzza, che mi sale nel naso, sù sù fino al cervello e poi giù, di nuovo, in conati di vomito.
Sto per partire, manca poco. I miei nuovi compagni mi aspettano, ho lo zaino già pronto. Ricomincio tutto daccapo, nuovo.
Mi resta solo questo odore, cadavere di mare, che si insinua a casaccio, a ricordarmi da dove vengo.  



Avevo dieci anni quando ho vomitato per la prima volta sulla sua barca. Era notte, ma lontano si intravedeva già una sottile linea d'alba. E con la luce dell'alba anche l'orrore. 
Lui diceva che era normale, che dovevo fare esperienza, che il mare era così, mi dovevo solo abituare al rollio, che lui sì che ne aveva passate di brutte con il mare grosso.
Ma non era il mare in sé a rivoltarmi, era l'orrore che c'era dentro: quei pesci dallo sguardo sbarrato, presi nella rete, insieme a pezzi di ricordi di uomini e donne e bambini, finiti a volte come cibo nella loro pancia. 
Mio padre mi portava con sé perché diceva che quello sarebbe dovuto essere il mio lavoro, quando fossi diventato grande. Cosa può fare il figlio di un pescatore, se non il pescatore? 
Io lo dovevo aiutare a tirar su le reti, e a disincagliare tutto quello che era finito nelle trame di corda. Ai pesci ci pensava lui, il resto lo lasciava a me: scarpe, tante scarpe, grandi, piccole, sempre spaiate, buste di plastica piatte, con dentro fogli scritti in lingue indecifrabili, bambole, palloni sgonfi, a volte anche piccole borse, tanti abiti, sfilacciati dal mare e dal tempo, cappelli piccoli, sciarpe, avanzi d'esseri umani. 



La prima volta che chiesi di chi fossero quelle cose, mio padre mi disse che erano di tutti quei poveri disgraziati, più disgraziati di noi, che venivano da chissà dove a cercare un posto nel quale stare meglio. Ma loro, diceva sempre mio padre, non sapevano mica che qui si stava come i cani in chiesa. Se lo avessero anche solo immaginato, se ne sarebbero stati a casa loro. Magari adesso sarebbero stati ancora vivi. 
Come i cani in chiesa, mi ripetevo invece io sulla lingua, senza capire fino in fondo se era bene o male. In chiesa mi ci portava la nonna, con la promessa che, se stavo buono, poi mi comprava i lupini. Ma a me i lupini non erano mai piaciuti, avrei preferito una fetta di dolce, con lo zucchero a velo sopra. 
Però mi piacevano le storie, che sentivo raccontare dal prete. Così aspettavo che tornasse quella che preferivo, quella nella quale Gesù aveva chiamato i suoi amici, dicendo loro che potevano anche lasciare le reti, smettere di andare per mare, pure se erano pescatori, perché lui li avrebbe fatti diventare pescatori di uomini. Proprio così diceva la storia. 
La cosa che mi piaceva di più la capisco bene solo ora, ed era quella del poter cambiare destino. Se eri nato pescatore non è che dovessi farlo per forza per il resto della tua vita, potevi anche fare altro, tipo il pescatore di uomini, che mi sembrava non aveva nulla a che fare con il mare, e soprattutto con i morti nel mare. L'idea era per me meravigliosa, perché più passava il tempo più non riuscivo a salire sulla barca senza incominciare a vomitare. 
Però poi la realtà tornava a scuotermi con violenza. Mi chiedevo se questi uomini pescati dovevano essere vivi o morti, come i pesci che prendevamo noi, o come gli esseri umani in fondo al mare, quei disgraziati di cui mi aveva parlato mio padre, e di cui io ero ormai terrorizzato. A volte li sognavo, col volto pieno di dolore e di rabbia, che risalivano dal fondo del mare e mi venivano a prendere per portarmi giù con loro nel buio senza contorni. Mi svegliavo allora senza respiro, in preda a crisi d'asma. 
Cominciai ad ammalarmi, mi sentivo un peso tra il petto e la gola, mi mancava l'aria, e cominciai ad avere attacchi d'asma sempre più forti. Ogni volta che sapevo di dover andare sul peschereccio mi veniva la tosse, non lo facevo apposta, stavo davvero male. Spesso rimanevo senza fiato così a lungo che mio padre dovette rinunciare a portarmi. Mi curarono per l'asma e mi venne il mal di pancia, colite e duodenite, vomitavo ogni qual volta mettevo piede sulla barca. Alla fine mio padre si rassegnò. Avevo un solo figlio, maschio, incapace di affrontare il mare. 
Fu l'inizio della nostra lontananza. Ma io continuavo a pensare a Gesù, ai pescatori di uomini. Non volevo deludere mio padre, chissà forse quello poteva essere un'alternativa. Magari, se non ci fossero stati di mezzo il mare e i morti, sarei stato capace di fare qualcosa anche io. 
Continuava però a sfuggirmi il senso del diventare pescatore di uomini.
Un giorno chiesi a Milena, lei doveva sicuramente saperlo. 
Eravamo grandi ormai, facevamo il catechismo della cresima, e lei era bellissima. Sento ancora la sua risata esplodermi dentro. Mi spiegò che pescare uomini alla maniera di Gesù, voleva dire salvarli, semplicemente amandoli. A Milena non potevo dire altro che sì, che avevo capito benissimo, anche se in verità ancora non mi era tutto così chiaro. 
Poi un giorno di qualche anno dopo, in un pomeriggio torrido di fine luglio, mentre me ne stavo davanti al computer a navigare ossessivo in cerca di un buco di posto al mondo che potesse farmi sentire a casa, scoprii una cosa che ora sta per cambiare la mia vita.
Da quando non andavo più sul peschereccio con mio padre, il mare era diventato la mia ossessione. Senza volerlo finivo sempre per avere a che fare con quella voragine immensa di blu, anche nei giochi che facevo con la play, anche a scuola con le lezioni, anche quando navigavo a casaccio, come quel pomeriggio, in rete. Negli ultimi anni il mare era diventato un cimitero, continuava a riempirsi di morti e l'isola, la mia isola, un puntino minuscolo sulle carte geografiche, ora era sulla bocca di tutti, soprattutto in TV e in internet..
Quella volta però è stato diverso.
Una foto mi aveva incuriosito: un peschereccio dai colori sgargianti, con un nome che mi sembrava una bella promessa, IUVENTA. Appesi al suo fianco, due gommoni carichi di migranti, che venivano issati a bordo, mentre in primo piano c'era una ragazza di spalle  che doveva aver guidato le operazioni di salvataggio da un altro gommone, poco lontano. La ragazza era di spalle, non potevo vedere il suo sorriso, eppure sapevo dalla posizione delle sue spalle, che doveva essere nel suo buco di posto, in pace a casa sua, in quel frammento di mare. 



Il cuore mi si era fermato di colpo, come se una punta di freccia si fosse conficcata nel centro esatto dei miei pensieri. Un dolore intenso mi aveva risvegliato. 
Cominciai a cercare informazioni su questo strano peschereccio, IUVENTA, su chi fossero i ragazzi, tutti giovani che si intravedevano a bordo. Scoprii così che alcuni giovani tedeschi, stanchi di ascoltare le solite vuote parole di costernazione per i naufraghi dispersi, avevano deciso di provare a fare qualcosa. Avevano fondato un'associazione e, con un progetto di crowfunding, avevano restaurato un peschereccio olandese, dando avvio al progetto IUVENTA: solcavano il mare con a bordo uno staff di pronto soccorso e prima accoglienza per "pescare", dove ce ne fosse bisogno, esseri umani dispersi vivi in mezzo al mare, proprio quei disgraziati, di cui io avevo contato centinaia di scarpe. 
Loro, semplicemente, facevano questo. Non avevano aspettato fondi erogati, summit internazionali, decisioni politiche, avevano dato corpo alla necessità di un aiuto, che li aveva interrogati individualmente. E avevano risposto. 
Passai i giorni successivi chiuso in camera, davanti al computer, con la pagina dell'associazione Jugend Rettet sempre aperta. Sentivo che era quello il mio posto, nonostante ci fosse il mare e il peschereccio. Mi sembrava tutto così incredibilmente assurdo, eppure possibile. Li contattai via skype, parlai a lungo con loro, conoscendoli e riconoscendomi.
Sto per partire, fra due giorni, starò due settimane con loro. Mi hanno accolto a bordo di IUVENTA perché sto per diventare uno psicologo, parlo inglese e si conosco anche bene il mare e le isole. È tutto pronto, ricomincio daccapo, nuovo. E sono sicuro che così smetterò di vomitare. Dimenticavo: mi chiamo Salvatore e farò il pescatore di esseri umani.



Jugend Rettet, associazione di giovani volontari tedeschi che attraversa il Mar Mediterraneo, salvando vite umane.

Fuocammare, Film di Gianfranco Rosi, scelto per rappresentare l'Italia agli Oscar, come migliore film straniero.