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venerdì 2 dicembre 2022

POETICA DELL'ABITARE IN FILEMONE E BAUCI

 


Mille domos adiere, locum requiere petentes,

mille domos clausere serae. Tamen una recepit,…

 

Nec refert, dominos illic famulosne requires:

Tota domus dua sunt, idem parentque iubentque.

 

Ergo ubi caelicolae parvos tetigere penates 

Submissosque humiles intrarunt vertice postes,…


La poetica dell’abitare nel racconto di Filemone e Bauci trova compimento nei gesti di cura quotidiana che i due vecchi riservano a quegli strani viandanti, dei dall’aspetto umano, invisibili stranieri giunti all’improvviso tra le strade di un dimenticato villaggio della Frigia.

Ma la poetica dell’abitare si sostanzia soprattutto di parole, con cui Ovidio costruisce una semantica dell’accoglienza tutta incentrata sul vano esercizio del potere all’interno delle mura domestiche, ma anche certamene fuori in una dimensione più spiccatamente politica, come vedremo. 

Ecco allora che la domus, le domus, visto che singolare e plurale sono identici trattandosi di un sostantivo di quarta declinazione, sono quegli spazi su cui è il dominus a comandare, quei padroni che sprangano le porte ai due stranieri in cerca di un luogo per riposare.

Il dominus così è colui che si riconosce dall’esercizio violento del suo potere, un potere tuttavia che è circoscritto alle mura della propria casa. 

Una sola piccola dimora resta aperta e proprio lì al suo interno Ovidio ci dice che non è possibile capire chi è il dominus e chi il famulus, il padrone e il servo, dentro quelle mura non viene messo in pratica quel potere che invece aveva fatto sprangare le porte delle altre case. Saltano cioè in quella casa le gerarchie di cui si sostanzia la società del tempo, perché quella è una tota domus duo, laddove domus è singolare e plurale: una casa, due case-corpo, senza servi né padroni.

Che poetica dell’abitare rivoluzionaria!

Ma non basta. Pochi versi ancora e quella casa diventa davvero segno e sostanza, semantica di un nuovo modo di concepire l’abitare umano degli spazi, non solo quelli circoscritti alle mura domestiche, perché quella casa resta aperta in una relazione d’incontro con tutto quello che viene da fuori, senza tuttavia dimenticare la storia che l’ha generata così com’è. È in questo senso che va inteso quella presentazione di Filemone e Bauci come di due vecchi che vivono insieme in quella casa fin dalla loro giovinezza, accogliendo nel tempo la vecchiaia e la semplicità della loro vita. 
Con tutto quello che nel tempo sono diventati, i due vecchi tengono la porta aperta e danno ospitalità ai due viandanti stranieri. 

E allora i caelicolae, così vengono nominati gli dei, dal verbo colo, cioè coloro che abitano il cielo, si avvicinano a quella piccola casa e entrano, chinando il capo, perché gli stipiti sono bassi.

Persino gli dei non sono padroni del cielo, ma sono appunto caelicolae

Il verbo colo ha a che fare l’abitare un territorio rendendolo fecondo con le proprie azioni, con l’azione di coltivare la terra, per esempio nel caso dei coloni, che sono infatti coloro che fanno fruttare lo spazio nuovo che si sono trovati ad abitare, praticando quell’attività che ha dato origine alla dimensione stanziale dei gruppi umani e che li ha condotti ai diversificati processi di urbanizzazione. 

Abitare un territorio significa allora renderlo fecondo e generativo in una prospettiva di comunità.

Ergo ubi caelicolae parvos tetigere penates: dunque gli dei sono abitanti del cielo perché compiono azioni che rendono fecondo il luogo in cui abitano, il cielo appunto. 

E si avvicinano a quella piccola casa, che qui viene però nominata con un termine di straordinaria bellezza: parvos penates.

Quanta ricchezza, meraviglia e potenza nella lingua di Ovidio!

Quella piccola casa infatti non è più domus, ma penates!

Penates però sono le divinità tutelari, che nella storia della religiosità romana avevano la funzione di proteggere la casa con i suoi abitanti. Il termine deriva dal sostantivo penus, penum, che indicava le provviste di viveri, riposte nella parte più nascosta della casa, in un luogo protetto e al sicuro da umidità e insetti. 

Penates sono anche le divinità che Enea porta con sé fuggendo da Troia e che con lui giungono, secondo il racconto che ne fa Virgilio nell’Eneide, a Lavinium dove nel VI a.C. i magistrati eletti, prima di assumere o deporre la carica, venivano a compiere sacrifici proprio davanti a quei Penati giunti da Troia con Enea. 

Quegli stessi Penati che sono rappresentati nel monumento celebrativo alla pace  di Augusto, fatto erigere dal Senato a partire 13 a.C. e inaugurato nel 9 a.C., l'Ara Pacis: qui sono rappresentati come due giovani in armi che siedono all'interno di un tempietto, posto in alto di fronte a un non più giovane Enea che, appena giunto sulle coste laziali, sacrifica proprio ai Penati portati da Troia una scrofa bianca e i suoi trenta porcellini.  

Penati quindi stranieri che però erano finiti nel culto della città di Roma, secondo la versione che Virgilio ne dà nell’Eneide. Penati di Virgilio che Ovidio conosceva bene, visto che quando Ovidio scriveva i suoi versi, quelli di Virgilio era già da molti anni entrati a far parte della propaganda di Augusto, proprio grazie al suo poema celebrativo. Ovidio invece di lì a poco, dopo la stesura delle Metamorfosi avrebbe conquistato ben altra posizione, l’esilio in una terra desolata, a Tomi, sul lago di Costanza, dove, lo sappiamo dai Tristia, il suo scritto testamentario, avrebbe consumato i suoi giorni fino alla morte.

Dunque parvos penates è la casa di Filemone e Bauci, collocata in una terra che respinge gli stranieri in cerca di un luogo per riposare. 

Esattamente il contrario di quanto accade ad Enea, che, portando da Troia con sé quei Penati, viene accolto sulle coste laziali, diventando così progenitore della gens Iulia.

Il termine parvos penates viene usato metaforicamente per indicare tutto ciò che ha a che fare con la casa, il nido, uno spazio protetto, in cui non trova luogo il potere del dominus, proprio perché come abbiamo visto si riferisce a quelle provviste che venivano custodite nel Penius, la parte della casa più protetta da variazioni termiche e infestanti.

Ecco allora che la casa che accoglie non è la domus, le domus, che restano edifici nei quali il potere esercitato non vale a salvarle dalla catastrofe di un’inondazione, al contrario proprio la loro chiusura ne determinerà la fine, la scomparsa fisica. 

La casa che accoglie allora è un sostantivo plurale, perché solo al plurale ha senso, proprio come i due protagonisti della storia, e viene salvata dall’inondazione perché i due vecchi, Filemone e Bauci, sono protagonisti di una forma di accoglienza che si situa nel solco della Storia, di quei Penati stranieri che tra le mani di Anchise e sulle spalle di Enea giungono fino a Roma, un'accoglienza che continuerà anche successivamente, attraverso la metamorfosi dei due anziani contadini della Frigia.

Una poetica dell’abitare allora in cui le parole sono semantica di un’esistenza nella quale lo spazio della casa e quello geografico del territorio vengono abitati, non dominati, in una sorta di relazione osmotica che chiede contaminazione e trasformazione, metamorfosi appunto.

Una metamorfosi resa possibile grazie a un senso della Storia che attraversa tutta la narrazione. 

Abitare uno spazio significa essere nella Storia con la propria storia, disposti a condividere ciò che si è, ciò che si ha, custodendo ciò che la vita ha offerto, e  sapendone al contempo fare offerta. 

Filemone e Bauci non sanno di avere di fronte due divinità, eppure sono prodighi nell’offrire, nel preparare il cibo, come fosse un’offerta a quei Penati custodi della casa e del tempio, che di lì a poco la loro stessa casa diventerà.

Casa allora è dove risiedono i Penati, dove ha luogo il culto della memoria, che si fa vivo nei gesti concreti dei due vecchi capaci di tenere la porta aperta e di offrire, come fosse un'offerta sacrificale, tutto ciò che hanno.

Al contrario l'esercizio del potere dentro le mura domestiche, dentro i confini del proprio paese, dentro le proprie tradizioni, che si chiudono all'incontro con lo straniero, con il non ancora conosciuto, conducono a una storia che rende su lungo termine infecondo quel territorio, quella casa, quel paese, come racconta bene Ovidio nella storia di Filemone e Bauci. Sopravvive chi sa aprirsi al dialogo, chi sa fare memoria delle proprie tradizioni nell'incontro con l'altro.

Così sembra dirci anche Ovidio nelle ultime parole delle sue Metamorfosi, consapevole forse che i suoi dissapori con Augusto lo avrebbero posto definitivamente a margine, non solo della corte, ma della vita culturale della città, ma non certo della Storia, che infatti ancora ne porta avanti la memoria e il testamento letterario. 


Queste infatti le ultime parole delle sue Metamorfosi:


E ormai ho compiuto un'opera che né l'ira di Giove, né il fuoco, né il ferro, né il tempo che tutto rode potranno cancellare. Quando vorrà, venga pure il giorno fatale - che può però disporre solo di questo corpo - e ponga pure fine allo spazio (quale sia io non so) della mia vita. Ma con la parte migliore di me io volerò in eterno più in alto delle stelle, e il nome mio rimarrà indelebile. E ovunque si estende, sulle terre domate, la potenza romana, le labbra del popolo mi leggeranno, e per tutti i secoli, grazie alla fama, se qualcosa di vero c'è nelle predizioni dei poeti, vivrò. 

(trad. P.B. Mazzolla) 

Sulla poetica dell'abitare tanto abbiamo ancora da imparare dai  due vecchi abitanti della Frigia, Filemone e Bauci.


(La traduzione del testo di Filemone e Bauci presente nelle Metamorfosi di Ovidio è di chi scrive, le illustrazioni sono di Daniela Tieni, ed è edito dalla casa editrice Topipittori)



mercoledì 14 settembre 2022

LA STORIA E NOI


Della morte della Regina Elisabetta II mi hanno fatto riflettere due aspetti, il primo di evidenza storica oggettiva, il secondo legato alla risonanza mediatica dal forte afflato nostalgico, non solo per il popolo inglese, che la sua dipartita ha generato in tutto il mondo.

L’aspetto storico che segna un passaggio epocale è che con la Regina Elisabetta II se n’è andata l’ultima persona ad aver conosciuto e dialogato con Winston Churchill, una figura politica che mi ha sempre affascinato. È stato detto da moltissimi quotidiani, la Regina Elisabetta II ha rappresentato fino a ora quel ponte tra due mondi situati tra la fine del novecento e l'inizio del nuovo millennio, ponte sul quale lei ha saputo camminare, in perfetto equilibrio, creando solide relazioni. Il legame tra la Regina Elisabetta II e Winston Churchill costitutiva parte di questo ponte. 

Per quanto riguarda la risonanza mediatica della sua morte, questo mi ha indotto ad alcune riflessioni e domande.

La monarchia rappresenta una delle istituzione più antiche al mondo e ha sempre fondato la sua sopravvivenza  sull’esercizio di privilegi e poteri, spesso ben oltre i propri confini nazionali. Eppure verso questa istituzione, almeno a giudicare dalle immagini da cui siamo stati inondati nei giorni passati e ancora oggi, la comunità europea nutre una certa nostalgia. Dove affondano le radici di questa nostalgia, e perché sono così pervicaci tanto da mobilitare in modo univoco l’opinione pubblica senza alcuna riserva?

Sabato, mentre ero in auto, ho avuto modo di ascoltare l’ultima puntata di una trasmissione a me molto cara, Mappe del tempo. L’avventura dell’archeologia, su Rai Radio Tre, un programma a cura di Monica D’Onofrio, condotto in studio da Andrea Augenti. Il titolo della puntata era A chi appartiene il passato? Restituzioni. Raccontava in modo molto accurato la questione dei marmi del Partenone, trafugati in modo illecito (anche se il governo inglese non la pensa esattamente così) agli inizi del 1800 da Thomas Bruce, VII conte di Elgin, nobile scozzese che lavorando alacremente e, aggiungerei, spietatamente sull’acropoli, sezionò pezzi del fregio e statue dei frontoni per facilitarne il trasporto verso l’Inghilterra, dove, come racconta Augenti e come è documentato dal carteggio personale di Lord Elgin, avrebbero dovuto abbellire la sua residenza. 

Che i fregi del Partenone e alcune statue dei frontoni siano poi confluiti nel British Museum lo si deve alle sventurate condizioni economiche in cui si trovò a vivere Lord Elgin negli anni a venire, e per le quali lui stesso decise che sarebbe stato meglio vendere quei preziosi reperti e incassare una cifra tale da consentirgli di rimediare ai suoi disastri economici. 

La commissione parlamentare inglese incaricata di valutare l’operato d Lord Elgin, verificò, pur senza un documento originale che ne attestasse la liceità, che effettivamente era stato dato mandato dal governatore locale del regno ottomano che allora governava su Atene (qui un bell'articolo su Atene ottomana), di poter portare reperti archeologici nel Regno Unito. In realtà le cose non stavano proprio così, e Augenti lo racconta molto bene nella trasmissione che invito a ascoltare.

E così i marmi del Partenone divennero una delle collezioni più prestigiose del British Museum.

Fino a quando a metà degli anni ottanta del '900 l'allora ministra della cultura greca,  Melina Mercouri, non avviò richiesta formale di restituzione dei marmi del Partenone al suo paese di provenienza per appropriazione indebita. 

Ovviamente fregi e statue sottratte dal conte Elgin si trovano ancora nel British Museum.

La questione ha dato vita però a un acceso dibattito, che, come giustamente mette in luce Augenti, travalica i confini del lecito e dell’illecito, che sarebbe già sufficiente, visto che non è mai stato trovato un documento ufficiale che legittimi la spoliazione, per approdare su un terreno simbolico e ideologico, per il quale il British Museum, non potrebbe mai privarsi dei marmi del Partenone.

Mi sono occupata di questioni simili per la mia tesi di specializzazione in Museologia e Museografia, che ricostruiva, proprio sotto il profilo simbolico e ideologico, l’operato di Sir Austen Layard, quando agli inizi dell’’800, dopo il fortunatissimo ritrovamento dei rilievi neo-assiri prima nel sito della moderna Khakhu, antica Nimrud, poi in quello di Ninive, durante le attività di scavo in Iraq, legittimamente concesse dal Vizir ottomano e finanziate proprio dal British Museum, inviò alla cugina, Lady Charlotte Guest, diverse casse di reperti, che confluirono, dopo attento studio progettuale, nel Portico di Ninive, una sorta di maestoso ingresso alla residenza Guest, nella forma di una cappella neo-gotica.

Anche in quel caso la questione dell’appropriazione e dell’allestimento museale diventava la modalità ideologica per mostrare come l’impero britannico fosse l’unica realtà istituzionale e politica in grado di ereditare l’antico, conservarlo e muoversi in direzione del progresso. Mi sono divertita moltissimo a scandagliare come la struttura neo-gotica del portico fosse stata posta in relazione semantica con la disposizione delle lastre, per veicolare un preciso messaggio ideologico, ho scoperto aspetti molto interessanti, che presto vedranno la luce in un articolo.


Per quanto riguarda i marmi del Partenone questo è ancora più evidente perché la Grecia rappresenta la patria delle istituzioni democratiche, di cui l’Europa e l’Occidente in generale non possono che sentirsi evoluta espressione.

Non è un caso che le ragioni addotte dal governo britannico prima del 2009, anno di inaugurazione del Museo dell’Acropoli di Atene, un museo di straordinaria bellezza e ideazione museologica, per continuare a tenere fregi e le statue del Partenone ancora sul suolo britannico, riguardavano la convinzione che i marmi sarebbero stati più al sicuro e disponibili a un più vasto pubblico lì dove erano stati indebitamente trasportati, estirpandoli dal proprio contesto archeologico e culturale, piuttosto che sul suolo natio, l'unico in grado di restituire il loro autentico valore storico e scientifico.

Cosa c’entra allora potremmo chiederci tutto questo con la morte della Regina Elisabetta II e la deflagrante onda mediatica dal forte sapore nostalgico che sua la scomparsa ha mosso? 

Cosa sentiamo di aver perso con la scomparsa della sovrana più longeva del Regno Unito? 

Cosa il governo inglese non vorrebbe dover perdere restituendo la collezione dei marmi del Partenone al suo legittimo proprietario? 

Torniamo allora alla prima domanda: dove affondano le radici di questo senso nostalgico e qual è il terreno ideologico sul quale sono cresciuti i presupposti secondo i quali opere d’arte appartenente a un paese terzo e a questo sottratte, debbano stare altrove? 

Pur essendo l’Europa formata da stati nazionali con storie individuali è evidenza chiara che la storia di questi stessi stati è intrecciata da avvicendamenti di potere, guerre, divisioni che li hanno visti tutti protagonisti l'uno della storia dell'altro. La compagine politica e nazionale che oggi vediamo formare la nostra Europa è frutto di centinaia d’anni di storia comune, una storia che si è giocata entro i confini dell’Europa ma anche fuori, con l’ampliamento dei confini geografici attraverso le conquiste coloniali. I presupposti ideologici di tali conquiste affondano nella consapevolezza di rappresentare, proprio grazie al processo di formazione degli stati nazionali nel corso della Grande Storia, le migliori forme di governo possibile, il miglior modello di civiltà. 

Lo spiega bene Augenti quando nel programma citato ricorda la formazione del museo inglese Pitt Rivers ad Oxford il cui fondo più importante è costituito dai materiali etnografici sottratti con la conquista e il genocidio al regno africano del Benin, attuale Nigeria, una storia agghiacciante di cui poco si parla, ma che rappresenta davvero uno scandalo, nel pieno senso etimologico della parola greca (qui un'accurato articolo sulla dibattuta questione). 

Il possesso di questi materiali e la loro esposizione era servita a legittimare la conquista di quel regno alla fine del 1800, con la scusa, non vera, che si trattasse di opere d’arte sottratte ad un popolo addirittura dedito al sacrificio umano. Erano certo di straordinaria bellezza, ma in ogni caso chi le aveva prodotte viveva di un modello sociale non paragonabile a quello classico occidentale, la cui superiorità si fondava  proprio a partire dalla sua storia antica, visibile e visitabile nel British Museum, nei marmi del Partenone appunto, che incarnavano invece, per la storia che rappresentavano, quanto di più elevato l’Occidente classico avesse prodotto, e di cui, non c’è neanche bisogno di dirlo, il regno inglese ne era l’erede più rappresentativo. 

Il Partenone infatti venne costruito con un impegno economico estremo a seguito di circa trent'anni di guerre contro i Persiani, che avevano ridotto l'acropoli a un cumulo di rovine. A Pericle si deve l'ardire di così grande investimento, a Callicrate e a Fidia la progettazione architettonica e decorativa del grande tempio dedicato alla dea poliade Atena Partenos, la quale aveva garantito la definitiva sconfitta dei barbari. Basta leggere le Storie di Erodoto per farsi un'idea di come venissero dipinti i Persiani dai civilissimi greci. Non c'era alcun dubbio i Greci avevano vinto sui barbari Persiani, garantendo così alla Democrazia di continuare a esistere. 

Le statue e i fregi del Partenone hanno da sempre rappresentato in modo inequivocabile quella vittoria sulle oscure forze tese a sovvertire i principi democratici  e civili sui quali si fonda la civiltà occidentale.

In un tempo di grave crisi come quella attuale nella quale sembra davvero di essere in balia di forze oscure che governano in maniera caotica e devastante la vita di ciascuno di noi, i valori incarnati dalla sovrana inglese appena scomparsa possono rappresentare un richiamo ideologico e nostalgico a un tempo di sicurezza perduto, che discende direttamente da quella Grecia classica presente nel British Museum e di cui il Regno Unito se ne trova a essere erede. 

Oggi più che mai allora sembra lontana l'ipotesi di una restituzione dei marmi della collezione Elgin alla Grecia, nonostante è del 2019 una risoluzione dell'Unesco che invita al dialogo i due paesi e a una forma di conciliazione. (Mi chiedo onestamente quale forma di conciliazione sia mai possibile).

Ora più che mai però, con la morte della Regina Elisabetta II, credo che il governo greco tornerà a bussare alla porta, e il governo inglese insieme al suo nuovo re, Carlo III, dovranno decidere se davvero diventare una moderna monarchia parlamentare, che sa riconoscere nelle vicende storiche che l'hanno attraversata azioni niente affatto edificanti, se non addirittura brutali come nel caso del Benin, e riconsiderare la possibilità che la restituzione dei marmi della collezione Elgin  o dei bronzi del Benin possano rifondare le condizioni di nuovo modello di civiltà. 

La Storia, quando ne diventiamo consapevoli autori, non ci chiede di essere nostalgici, ma presenti al momento presente, che è l'unico punto in cui il presente e il passato possono incontrarsi e diventare futuro.







 

martedì 13 marzo 2018

Al-Ghouta (per me)

Ho chiaro in mente, come uno scatto fotografico, quella pagina del mio libro di protostoria del Vicino Oriente Antico, in cui poco più di vent'anni fa scoprii l'esistenza di una regione in Siria, chiamata Ghouta. 
L'attuale oasi di Damasco o "Ghouta", è il risultato dell'utilizzo e del prosciugamento progressivo, nella steppa che fiancheggia a est l'Anti-Libano, di un fiume di montagna, il Barada, suddiviso dall'uomo in una feconda e complessa rete di canali che irrigano le colture. In questa forma artificiale l'oasi è recente e non risale molto oltre la nostra era. Nel Pleistocene il fiume si gettava ancora in un lago molto grande, situato leggermente ad est dell'oasi attuale e il livello di questo lago non ha smesso di abbassarsi, fino ad arrivare, nell'Olocene, ai due piccoli laghi attuali. Verso il 9000 a.C. uno di questi, il lago Ateibé, era contornato da paludi che hanno fornito le canne utilizzate durante il neolitico nell'architettura del villaggio di Aswad, situato sulle sue rive. Malgrado le precipitazioni (attualmente 200 mm. d'acqua all'anno) fossero troppo scarse per le colture aride e non avessero permesso, come si è visto, la crescita spontanea di cereali selvatici, i terreni sedimentari, costituiti da delle marne lacustri lasciate dal ritirarsi del lago e delle argille alluvionali portate dal Barada, e umidificati inoltre dalla prossimità delle paludi, dovevano essere assai favorevoli alle colture. Gli Aswadiani furono i primi occupanti di tali terreni. (J. Cauvin, Nascita delle divinità e nascita dell'agricoltura,. La Rivoluzione dei simboli nel Neolitico, pag.74)
Immediatamente accanto a quella pagina me ne viene in mente un'altra, quella nella quale il nostro Maestro di Storia del Vicino Oriente Antico, Mario Liverani, descrive il concetto di nicchia ecologica, mentre parla dei caratteri di realtà ecologica appunto e di mappe mentali, quindi storicamente definite, usati entrambi per connotare il Vicino Oriente: 
Opposto è il concetto di nicchia (ecologica e culturale), che sottolinea il valore di certe zone, compatte e coerenti, delimitate da interfacce anche ravvicinate, e protette rispetto all'ambiente circostante in modo tale da riuscire a sviluppare al meglio le loro potenzialità produttive e organizzative. La nicchia può essere anche piccola (una vallata intermontana, un'oasi), tanto piccola che nella dimensione dei fenomeni economici e storici cui siamo oggi abituati non potrebbe svolgere alcuna funzione autonoma e specifica. Ma occorre ricordare che la dimensione dei fenomeni con cui abbiamo a che fare nel Vicino Oriente di età pro-storica e storica pre-classica è una dimensione molto ridotta: le concentrazioni umane, gli accumuli di eccedenze, le sistemazioni territoriali, le competenze artigianali e i contatti commerciali acquistano un ruolo storicamente già avvertibile anche se costretti entro ambiti quantitativamente modestissimi. (M. Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, Editori Laterza, pag. 31)

Il Ghouta è stata una delle nicchie ecologiche nelle quali si è manifestata quella che Gordon Childe definì la rivoluzione neolitica, un processo lungo e diversificato, che condusse i gruppi umani a una trasformazione radicale dei modi di vita sociale ed economica, e dunque culturale. 
A Tell Aswad, ai margini orientali del Ghouta, le ricerche, condotte da J. Cauvin, hanno mostrato l'evidenza di un grano domestico, che, con grande probabilità, quel gruppo umano, lì insediatosi, aveva portato dalle pendici dell'Anti-Libano. 
Tra i resti è attestato anche dell'orzo che continua tuttavia a manifestare le caratteristiche di tipo selvatico (Hordeum spontanea). Questo non vuole dire che non fosse coltivato, semplicemente che non evidenziava ancora trasformazioni morfologiche. Secondo alcuni studiosi nell'oasi di Ghouta sono stati anche coltivati piselli e lenticchie. L'alimentazione veniva poi integrata dalla raccolta di frutti selvatici, pistacchi, capperi e fichi, mentre le risorse di carne provenivano esclusivamente dalla caccia, mancando tracce di domesticazione animale. 
Più recentemente (2000-2006) Tell Aswad è stato protagonista di una nuova eccezionale scoperta, fatta dall'archeologa francese D. Stordeur (qui potete leggere l'articolo per esteso): si tratta del ritrovamento di crani rimodellati, usati nell'aree funerarie del sito, come elemento di fondazione delle aree stesse a partire dal PPNB medio e recente (Pre-Pottery Neolithic B, 7300-6650). La pratica non è nuova nel Vicino Oriente ma in questo caso è interessante la sua presenza diffusa, oltreché la straordinarietà della realizzazione e il risultato ottenuto, visibile nelle foto che seguono. 
            Tell Aswad, crani 741-CS3, dall'articolo di D. Stordeur
Le aree cimiteriali individuate, poste ai margini del villaggio di Tell Aswad, sono state due, una più antica e l'altra più recente. Gli aspetti interessanti di queste pratiche funerarie sono legati per esempio al fatto che la deposizione dei crani modellati, venisse posta a fondamento delle inumazioni successive,  ma contestuali cronologicamente, disposte in prossimità dei crani stessi, i quali venivano presumibilmente lavorati sul posto. 
  Tell Aswad, crani 741-CS1, dall'articolo di D. Stordeur
La lavorazione del cranio consisteva nel riempimento della testa e nella successiva lavorazione del volto, con la stesura di un impasto molto sottile di colore bianco, una specie di intonaco, che andava a riempire anche gli occhi, nei quali veniva poi praticata una fessura orizzontale ad indicarne la chiusura, e nella fessura veniva posta una sottile striscia di bitume, verosimilmente a rappresentare le ciglia. Il naso era perfettamente modellato con l'indicazione delle narici, la bocca veniva rappresentata da una semplice fenditura, con un leggero rilievo ad indicare le labbra, e in molti casi il volto veniva ricoperto dal colore in ocra rossa.
Studi di confronto prodotti con altri siti della regione, da Ain Ghazal a Besamoun, da Gerico a Ramad, hanno indotto l'archeologa Stordeur a ritenere che le aree cimiteriali fossero di pertinenza del gruppo per intero, e non limitate a un insieme domestico.
La funzione di questi crani era quella di fondare ritualmente l'area destinata a ospitare i defunti. Le sepolture collettive venivano riaperte ogni qual volta era necessario deporre un nuovo defunto, cosa che spesso ha provocato lo scasso dei livelli sottostanti, e in un caso anche la rottura di uno dei crani rimodellati.
La vita collettiva aveva prodotto nel tempo, non solo la capacità di generare modelli produttivi che garantissero la stabilità del gruppo, ma anche strutture simboliche che affinassero la capacità di elaborare l'inspiegabile, come la morte.
A questo riguardo è particolarmente suggestivo il ritrovamento dello scheletro di un bambino, di circa un anno di età, adagiato immediatamente sopra l'insieme dei crani rimodellati.
Tell Aswad, crani 741-CS1, CS2,CS3 e al centro lo scheletro del     bambino, dall'articolo di D. Stordeur
Tutto a testimoniare la profondità culturale di quest'area, quella nella quale gruppi umani, mediando tra gli elementi ecosistemici e le proprie aspettative, hanno dato fondamento ai primi esperimenti di vita comunitaria insieme, scegliendo di rimanere stabili in un luogo. 
Esperimenti vincenti e che richiedevano progettualità di durata nel tempo, ricerca di condizioni di interdipendenza solide e condivise, e che da quei millenni in poi, stiamo parlando del IX millennio a.C., hanno portato nel giro di altri cinque millenni alla fondazione delle prime strutture urbane. Il resto è storia, nel senso tecnico, cioè storia che comincia a essere anche scritta, con l'invenzione della scrittura.
Ecco, per me, e detto davvero in poche parole perché la letteratura scientifica è sterminata, questo è il mio Ghouta, la mia personale nicchia simbolica, quel luogo accogliente, raccolto, ospitale, nel quale l'uomo ha messo a dimora non solo semi, ma proiezioni di futuro, storie, prassi sociali, comportamenti, che lo hanno reso umano in senso pieno, stabile e consapevole.
Sapere che proprio il Ghouta è oggi, in queste ore, terreno di devastazione umana, inabissamento dell'accoglienza, del vivere civile, di ogni possibile proiezione di futuro, annientata nelle vittime bambine, è per me oltremodo inconcepibile e doloroso. 
Un dolore sordo, che mi inebetisce difronte alle immagini, che trasloca la coscienza a fondo, alla ricerca di un qualche logica inaudita, perché incapace di comprendere file ordinate di parole che dovrebbero spiegare l'inspiegabile di strategie folli e che riducono la storia millenaria e straordinaria di questo popolo, insieme al suo popolo stesso, in un cumulo di macerie umane, materiale e spirituali. 
BASTA, DAVVERO BASTA!


giovedì 16 marzo 2017

Sorelle di carta

Sono passati sei anni da quando in Siria c'è la guerra.
Per questo ho deciso di scrivere questo post, con l'idea di raccontare ancora di quella Siria di cui ho scritto nel libro, Sorelle di carta, ma anche del viaggio che il libro stesso ha compiuto tra le ragazze e i ragazzi che ho incontrato in questi anni.
Una ragazza, in un incontro che ho avuto nella libreria Feltrinelli di Verona a febbraio, mi ha chiesto quale fosse stato il sentimento che mi aveva spinto a scrivere la storia. Di emozioni ne ho provate molte, perché come dicevo anche a lei, l'emozione è qualcosa che investe il corpo, è una reazione incontrollata o scarsamente controllabile a uno stimolo esterno. E quando scrivo storie mi capita di stare così dentro i dialoghi, le situazioni, i personaggi e ciò che accade loro, che sì, mentre le dita battono incessantemente sulla tastiera, comincio a sudare, o al contrario ad avere le mani gelate in pieno luglio, e un gran batticuore.
Il sentimento è qualcosa di diverso, è composto da radici che tessono legami con la terra della nostra memoria. E in questo caso il sentimento che mi pervade ancora oggi è quello della gratitudine.
Gratitudine per un paese e per un popolo che mi ha accolto nonostante la mia alterità, che mi ha mostrato senza reticenze la sua natura intima, che mi ha donato la capacità di scartare un angolo di osservazione e provare a vedere da una prospettiva altra.

Il villaggio di Tell Mardikh visto dalle mura della città antica

Hamid e Ahmed Ajali in posa dopo aver preparato il cantiere per le foto finali

Ho lavorato in Siria per tanti anni, con periodi di permanenza di diversi mesi ogni anno. Mi è capitato di partire ad estate appena cominciata e di tornare a novembre, quando qui brillavano già le luminarie di Natale. Ogni partenza e ogni ritorno sono stati un viaggio di crescita, sono state parole scritte sul nastro della mia memoria. Ho messo a dimora immagini, colori, odori, sensazioni, paure, gioie, incomprensioni, difficoltà, resistenza, dialogo, affetti profondi, quelli che poi sono confluiti nel libro.

Buseina e Dua con me sotto la tenda di casa

Spessissimo i ragazzi mi chiedono se i personaggi e la storia siano vere, come se l'esserlo avesse un valore aggiunto, come se desse alla storia quel quid in più. Così racconto loro che per me ogni storia è vera, nella misura in cui posso leggerci una parte di me, che prima non vedevo, e questo mi da la possibilità di ricrivere allo stesso tempo nuove traiettorie esperienziali.
Il libro è dunque nato per raccontare della Siria, per mostrare un paese che in pochi anni è diventato, negli occhi della memoria di tutti, solo e soltanto guerra, distruzione, profughi. E di cui invece io ho conosciuto soprattutto la bellezza culturale e umana.
Ma volevo anche raccontare di quel paese, straniero a molti adulti, che è l'adolescenza, dove le storie hanno il potere di una cassa di risonanza che amplifica emozioni, vissuti, esperienze, segnando e costruendo possibili nuovi scenari indentitari.
Così scrive Andrea (3G): Da questo testo emerge anche il bisogno di libertà da parte della protagonista e la forma di ribellione che lei coltiva nel corso del tempo. (Andrea 3G)
In realtà Costanza non riesce a trovare davvero un modo per resistere al mondo degli adulti, in Siria ci si ritrova lo stesso, nonostante le sue resistenze, e la scuola che frequenta è quella che hanno scelto i suoi genitori. Ma sarà proprio questo accumulo di situazioni che la porterà a esplorare una parte di sé e a trovare comunque una strada nuova, proprio all'interno di quelle situazioni non volute.

Aima vista con gli occhi di Sara (3 A)

Una cosa che credo sia piaciuta molto ai lettori, è stato il sentirsi dentro la vita di Costanza, perché quella storia in fondo, poteva essere anche loro, perché hanno sentito di potercisi riconoscere. E quel desiderio di sperimentare la vita per conto proprio, in autonomia, è tutta dentro i ragazzi. Ne hanno bisogno, sentono di dover provare a fare da soli, senza qualcuno pronto lì a puntare il dito, per dire "te lo avevo detto", al primo sbaglio.
Ginevra (3G) scrive: Sembra quasi che la scrittrice sia un'adolescente. I sentimenti che prova Costanza sono uguali a quelli che si provano quotidianamente. Lo ammetto io, che non leggo molti libri, perché quelli che trovo sono molto dispersivi, invece Sorelle di carta a mio giudizio è molto fluido ed è stato facile leggerlo. Oltretutto leggendo si ha la sensazione di entrare in questa vicenda. 
Ancora Natalie (3 A) scrive: Questo libro è stato forse l'unico a suscitare in me le stesse emozioni delle due ragazze, di Costanza e Aima, che completamente differenti nel loro modo di vivere, rischiano tutto per difendere il loro desiderio di libertà."
Alice (3 A) scrive: Ho amato ogni pagina di questo romanzo, forse perché assomiglio a Costanza, o per il linguaggio e le vicende attuali che mi hanno fatto immedesimare con facilità nella protagonista.
Nel libro Costanza e Aima non si trovano mai in prima linea sulla scena della guerra, ma ne sentono tutti gli effetti devastanti, avvertono crescere la tensione, vedono il fratello di Aima unirsi ai combattenti per la liberazione della Siria dalla dittatura, vedono la paura negli occhi e nei gesti delle persone adulte.
Questa tensione ha valicato il confine della storia, è entrata in forte relazione con i lettori, a tal punto che mi hanno chiesto più volte se fossi stata lì durante la guerra. Ovviamente no, ma negli anni in cui sono stata in Siria era evidente a ogni angolo di strada che non si trattasse di un paese democratico e libero, soprattutto per chi ci viveva. Ho respirato sulla mia pelle quella tensione, ho ascoltato gli anziani lamentarsi mestamente e a voce bassa di come andassero le cose. Quasi sempre le lettere che ricevevo dall'Italia erano state aperte e richiuse, con tanto di briciole di cibo dentro, e spesso private di una parte del loro contenuto, una foto, uno spartito musicale. La censura era sempre attiva e noi che lavoravamo lì non potevamo mai dimenticarcene.
Ricordo esattamente l'alba di una mattina, quella che seguiva l'affermazione di un nostro politico sul fatto che la cultura dell'Occidente fosse superiore a quella dell'Islam, ricordo le parole pesanti degli operai più grandi, ricordo quel loro sguardo ferito, e l'impossibilità mia di poter dire davvero tutto quello che pensavo in quel momento.
Mi limitai a dire che avevano ragione  e che certo io non la pensavo affatto così. Ma non potevo in nessun modo intavolare con loro una discussione politica, per nessuna ragione al mondo. Provai su di me un senso di impotenza e di abbattimento. Dopo qualche giorno uno di loro arrivò con un dono per me, una piccola croce di ferro, da appendere a un cordino, incartata in un angolo di foglio di giornale. La conservo nella mia scatola dei ricordi come il segno evidente che l'amore e il rispetto passano indissolubilmente dalla conoscenza. Sperai davvero con tutta me stessa che prima o poi la Siria potesse aprirsi a un percorso di democratizzazione, difficile ma necessario. Lo chiedevano i tempi e lo chiedeva il suo popolo.

Tell Mardikh, vista dalle mura della città antica 

Racconto tutto questo ai ragazzi che incontro, racconto della storia della Siria, delle sue origine moderne, e di come le manifestazione pacifiche svoltesi a Dar'a, a metà Marzo del 2011, potessero rappresentare davvero un'occasione, perché per la prima volta la società civile manifestava con un intento comune. Occasione purtroppo fallita e mancata, degenerata in brevissimo tempo in una catastrofe senza precedenti.
Credo che per i ragazzi gli incontri con me siano stata un'occasione di confronto e di approfondimento, perché spesso ciò che apprendono dai mezzi di informazione, è solo la notizia del momento, il massacro dell'ultima ora, non una ricostruzione accurata di come ci si sia arrivati a tanto scempio. Le immagini scorrono senza fondo, senza un sostrato nel quale trovare collazione, e così scivolano via, giorno dopo giorno, lontano da loro, e pure da noi.
Per questo sono convinta che ai ragazzi invece dobbiamo dare gli strumenti per non fermarsi a quelle immagini prive di prospettiva e terza dimensione, perché hanno bisogno di comprendere che ciò che accade non è esito momentaneo di un fatto particolare, ma conseguenza di un percorso, di una storia, in cui nessun attore in gioco, dunque nemmeno l'Occidente, può tirarsene fuori.
Scrive ancora Lucrezia (3 A): In questo libro ho visto crescere Costanza e Aima e con loro sono cresciuta anche io perché ho capito che le differenze di cultura e tradizioni non possono fermare "il desiderio", "la speranza" e "l'immaginazione". Questo libro è stato per me la chiave che ha aperto la porta dei miei pensieri verso le persone adulte. Mi è piaciuto come la scrittrice si è immedesimata in una ragazza quattordicenne con tutti i suoi problemi, consiglio quindi questo libro anche alle persone adulte per rinfrescare l'età dell'adolescenza che a loro non appartiene più"
Questo scrive ancora Francesca (3A): Personalmente ho adorato questo libro, soprattutto, l'idea, il pensiero su cui è stato costruito, quello di riscattare la vita di un intero popolo, di uomini, donne e bambini, che molto spesso non possono esprimere le proprie idee e talenti.
In un articolo, uscito domenica scorsa su Robinson, l'inserto di La Repubblica dedicato alla letteratura(http://www.repubblica.it/cultura/2017/03/11/news/robinson_12_marzo_raccontare_la_realta_con_gli_scritto_da_carrere_a_grossman-160305882/?ref=search), dal titolo, L'arte di raccontare la realtà, diversi grandi autori, tra i quali David Grossman, rivendicavano il senso e il potere della fiction. L'articolo andrebbe letto e riletto: il senso della riflessione poneva l'attenzione sul fatto che la letteratura, con le sue narrazione, ha il potere di restituire voce, dignità, visibilità alla complessità di ogni singola vita umana, a fronte spesso di una spersonalizzazione disumanizzante della rappresentazione giornalistica, che invece mostra le masse come fossero un'entità astratta, con cui è difficile empatizzare. Lo scrittore ha la possibilità di scegliere un protagonista è in esso mettere in scena il caleidoscopio di vissuti, sentimenti, emozioni che quelle persone coltivano e vivono.
Quello che ho cercato di fare con Sorelle di carta è stato proprio questo, narrare della Siria dal di dentro, per come l'ho conosciuta e vissuta io, in tanti anni di vita trascorsa lì. Ho voluto che le difficoltà, le paure, le ansie di libertà, i desideri e i sogni si palesassero concretamente nel corpo, nella mente, nel cuore di due adolescenti. Ho voluto che la Siria non fosse rappresentata solo per l'aberrazione delle sue fosse comuni, ma anche e soprattutto per la magnificenza della sua cultura millenaria, che appartiene a tutti noi, in primis al suo popolo.

Tell Banat, Medio Eufrate, Siria

Tell Banat, bambini sullo scavo

A casa di Mahmoud con Susanna, chissà di cosa discutevamo...

Ora ciò che vorrei davvero è che il libro continuasse a viaggiare qui in Italia, ma anche così a lungo da arrivare lì, dove tutto questo è nato. Un desiderio folle, lo so, ma sarebbe davvero bello se un giorno Sorelle di carta potesse essere letto dalle ragazze e dai ragazzi siriani.
Forse allora potrei pensare davvero, come mi hanno chiesto moltissimi dei ragazzi che ho incontrato, di continuare questa storia. E magari con un finale in cui la Siria e i suoi giovani possano riprendersi in mano le file e le traiettorie del proprio futuro.

Il braccialetto me lo ha regalato una ragazza che era in prima fila all'incontro di Verona. Una ragazza  tunisina, con un bellissimo velo in testa, che mi ha detto che anche lei aveva a cuore, come me, la mia Suria, nome che ha pronunciato in arabo. 

Ogni libro non nasce mai da solo: perché una storia arrivi tra le mani dei lettori, c'è tanto tantissimo lavoro da fare, un lavoro fatto soprattutto di cura, di attenzione, di sostegno, di pazienza, di passione, di accoglienza. Questa storia non sarebbe mai venuta alla luce se un'amica non mi avesse detto che la casa editrice con la quale ho poi pubblicato, Mammeonline, ora Matilda Editrice, stava aprendo una nuova collana, Crisalidi e Farfalle, e che sarebbe stata perfetta per il mio libro. Di questa casa che mi  ha accolto ringrazio di cuore Donatella Caione per avere sentito la mia storia, dentro e oltre, le file di parole, che la costruivano.
Così come ringrazio tutte le insegnanti che ho incontrato in questi anni per avermi accolto nelle proprie aule, in modo particolare il mio grazie va all'I.C. W.A. Mozart e soprattutto alla professoressa Laura Girlando, per la sua tenacia e la sua fiducia.
E da ultimo, ma non per importanza, alle ragazze e ai ragazzi, miei lettori, grazie di cuore!