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mercoledì 14 settembre 2022

LA STORIA E NOI


Della morte della Regina Elisabetta II mi hanno fatto riflettere due aspetti, il primo di evidenza storica oggettiva, il secondo legato alla risonanza mediatica dal forte afflato nostalgico, non solo per il popolo inglese, che la sua dipartita ha generato in tutto il mondo.

L’aspetto storico che segna un passaggio epocale è che con la Regina Elisabetta II se n’è andata l’ultima persona ad aver conosciuto e dialogato con Winston Churchill, una figura politica che mi ha sempre affascinato. È stato detto da moltissimi quotidiani, la Regina Elisabetta II ha rappresentato fino a ora quel ponte tra due mondi situati tra la fine del novecento e l'inizio del nuovo millennio, ponte sul quale lei ha saputo camminare, in perfetto equilibrio, creando solide relazioni. Il legame tra la Regina Elisabetta II e Winston Churchill costitutiva parte di questo ponte. 

Per quanto riguarda la risonanza mediatica della sua morte, questo mi ha indotto ad alcune riflessioni e domande.

La monarchia rappresenta una delle istituzione più antiche al mondo e ha sempre fondato la sua sopravvivenza  sull’esercizio di privilegi e poteri, spesso ben oltre i propri confini nazionali. Eppure verso questa istituzione, almeno a giudicare dalle immagini da cui siamo stati inondati nei giorni passati e ancora oggi, la comunità europea nutre una certa nostalgia. Dove affondano le radici di questa nostalgia, e perché sono così pervicaci tanto da mobilitare in modo univoco l’opinione pubblica senza alcuna riserva?

Sabato, mentre ero in auto, ho avuto modo di ascoltare l’ultima puntata di una trasmissione a me molto cara, Mappe del tempo. L’avventura dell’archeologia, su Rai Radio Tre, un programma a cura di Monica D’Onofrio, condotto in studio da Andrea Augenti. Il titolo della puntata era A chi appartiene il passato? Restituzioni. Raccontava in modo molto accurato la questione dei marmi del Partenone, trafugati in modo illecito (anche se il governo inglese non la pensa esattamente così) agli inizi del 1800 da Thomas Bruce, VII conte di Elgin, nobile scozzese che lavorando alacremente e, aggiungerei, spietatamente sull’acropoli, sezionò pezzi del fregio e statue dei frontoni per facilitarne il trasporto verso l’Inghilterra, dove, come racconta Augenti e come è documentato dal carteggio personale di Lord Elgin, avrebbero dovuto abbellire la sua residenza. 

Che i fregi del Partenone e alcune statue dei frontoni siano poi confluiti nel British Museum lo si deve alle sventurate condizioni economiche in cui si trovò a vivere Lord Elgin negli anni a venire, e per le quali lui stesso decise che sarebbe stato meglio vendere quei preziosi reperti e incassare una cifra tale da consentirgli di rimediare ai suoi disastri economici. 

La commissione parlamentare inglese incaricata di valutare l’operato d Lord Elgin, verificò, pur senza un documento originale che ne attestasse la liceità, che effettivamente era stato dato mandato dal governatore locale del regno ottomano che allora governava su Atene (qui un bell'articolo su Atene ottomana), di poter portare reperti archeologici nel Regno Unito. In realtà le cose non stavano proprio così, e Augenti lo racconta molto bene nella trasmissione che invito a ascoltare.

E così i marmi del Partenone divennero una delle collezioni più prestigiose del British Museum.

Fino a quando a metà degli anni ottanta del '900 l'allora ministra della cultura greca,  Melina Mercouri, non avviò richiesta formale di restituzione dei marmi del Partenone al suo paese di provenienza per appropriazione indebita. 

Ovviamente fregi e statue sottratte dal conte Elgin si trovano ancora nel British Museum.

La questione ha dato vita però a un acceso dibattito, che, come giustamente mette in luce Augenti, travalica i confini del lecito e dell’illecito, che sarebbe già sufficiente, visto che non è mai stato trovato un documento ufficiale che legittimi la spoliazione, per approdare su un terreno simbolico e ideologico, per il quale il British Museum, non potrebbe mai privarsi dei marmi del Partenone.

Mi sono occupata di questioni simili per la mia tesi di specializzazione in Museologia e Museografia, che ricostruiva, proprio sotto il profilo simbolico e ideologico, l’operato di Sir Austen Layard, quando agli inizi dell’’800, dopo il fortunatissimo ritrovamento dei rilievi neo-assiri prima nel sito della moderna Khakhu, antica Nimrud, poi in quello di Ninive, durante le attività di scavo in Iraq, legittimamente concesse dal Vizir ottomano e finanziate proprio dal British Museum, inviò alla cugina, Lady Charlotte Guest, diverse casse di reperti, che confluirono, dopo attento studio progettuale, nel Portico di Ninive, una sorta di maestoso ingresso alla residenza Guest, nella forma di una cappella neo-gotica.

Anche in quel caso la questione dell’appropriazione e dell’allestimento museale diventava la modalità ideologica per mostrare come l’impero britannico fosse l’unica realtà istituzionale e politica in grado di ereditare l’antico, conservarlo e muoversi in direzione del progresso. Mi sono divertita moltissimo a scandagliare come la struttura neo-gotica del portico fosse stata posta in relazione semantica con la disposizione delle lastre, per veicolare un preciso messaggio ideologico, ho scoperto aspetti molto interessanti, che presto vedranno la luce in un articolo.


Per quanto riguarda i marmi del Partenone questo è ancora più evidente perché la Grecia rappresenta la patria delle istituzioni democratiche, di cui l’Europa e l’Occidente in generale non possono che sentirsi evoluta espressione.

Non è un caso che le ragioni addotte dal governo britannico prima del 2009, anno di inaugurazione del Museo dell’Acropoli di Atene, un museo di straordinaria bellezza e ideazione museologica, per continuare a tenere fregi e le statue del Partenone ancora sul suolo britannico, riguardavano la convinzione che i marmi sarebbero stati più al sicuro e disponibili a un più vasto pubblico lì dove erano stati indebitamente trasportati, estirpandoli dal proprio contesto archeologico e culturale, piuttosto che sul suolo natio, l'unico in grado di restituire il loro autentico valore storico e scientifico.

Cosa c’entra allora potremmo chiederci tutto questo con la morte della Regina Elisabetta II e la deflagrante onda mediatica dal forte sapore nostalgico che sua la scomparsa ha mosso? 

Cosa sentiamo di aver perso con la scomparsa della sovrana più longeva del Regno Unito? 

Cosa il governo inglese non vorrebbe dover perdere restituendo la collezione dei marmi del Partenone al suo legittimo proprietario? 

Torniamo allora alla prima domanda: dove affondano le radici di questo senso nostalgico e qual è il terreno ideologico sul quale sono cresciuti i presupposti secondo i quali opere d’arte appartenente a un paese terzo e a questo sottratte, debbano stare altrove? 

Pur essendo l’Europa formata da stati nazionali con storie individuali è evidenza chiara che la storia di questi stessi stati è intrecciata da avvicendamenti di potere, guerre, divisioni che li hanno visti tutti protagonisti l'uno della storia dell'altro. La compagine politica e nazionale che oggi vediamo formare la nostra Europa è frutto di centinaia d’anni di storia comune, una storia che si è giocata entro i confini dell’Europa ma anche fuori, con l’ampliamento dei confini geografici attraverso le conquiste coloniali. I presupposti ideologici di tali conquiste affondano nella consapevolezza di rappresentare, proprio grazie al processo di formazione degli stati nazionali nel corso della Grande Storia, le migliori forme di governo possibile, il miglior modello di civiltà. 

Lo spiega bene Augenti quando nel programma citato ricorda la formazione del museo inglese Pitt Rivers ad Oxford il cui fondo più importante è costituito dai materiali etnografici sottratti con la conquista e il genocidio al regno africano del Benin, attuale Nigeria, una storia agghiacciante di cui poco si parla, ma che rappresenta davvero uno scandalo, nel pieno senso etimologico della parola greca (qui un'accurato articolo sulla dibattuta questione). 

Il possesso di questi materiali e la loro esposizione era servita a legittimare la conquista di quel regno alla fine del 1800, con la scusa, non vera, che si trattasse di opere d’arte sottratte ad un popolo addirittura dedito al sacrificio umano. Erano certo di straordinaria bellezza, ma in ogni caso chi le aveva prodotte viveva di un modello sociale non paragonabile a quello classico occidentale, la cui superiorità si fondava  proprio a partire dalla sua storia antica, visibile e visitabile nel British Museum, nei marmi del Partenone appunto, che incarnavano invece, per la storia che rappresentavano, quanto di più elevato l’Occidente classico avesse prodotto, e di cui, non c’è neanche bisogno di dirlo, il regno inglese ne era l’erede più rappresentativo. 

Il Partenone infatti venne costruito con un impegno economico estremo a seguito di circa trent'anni di guerre contro i Persiani, che avevano ridotto l'acropoli a un cumulo di rovine. A Pericle si deve l'ardire di così grande investimento, a Callicrate e a Fidia la progettazione architettonica e decorativa del grande tempio dedicato alla dea poliade Atena Partenos, la quale aveva garantito la definitiva sconfitta dei barbari. Basta leggere le Storie di Erodoto per farsi un'idea di come venissero dipinti i Persiani dai civilissimi greci. Non c'era alcun dubbio i Greci avevano vinto sui barbari Persiani, garantendo così alla Democrazia di continuare a esistere. 

Le statue e i fregi del Partenone hanno da sempre rappresentato in modo inequivocabile quella vittoria sulle oscure forze tese a sovvertire i principi democratici  e civili sui quali si fonda la civiltà occidentale.

In un tempo di grave crisi come quella attuale nella quale sembra davvero di essere in balia di forze oscure che governano in maniera caotica e devastante la vita di ciascuno di noi, i valori incarnati dalla sovrana inglese appena scomparsa possono rappresentare un richiamo ideologico e nostalgico a un tempo di sicurezza perduto, che discende direttamente da quella Grecia classica presente nel British Museum e di cui il Regno Unito se ne trova a essere erede. 

Oggi più che mai allora sembra lontana l'ipotesi di una restituzione dei marmi della collezione Elgin alla Grecia, nonostante è del 2019 una risoluzione dell'Unesco che invita al dialogo i due paesi e a una forma di conciliazione. (Mi chiedo onestamente quale forma di conciliazione sia mai possibile).

Ora più che mai però, con la morte della Regina Elisabetta II, credo che il governo greco tornerà a bussare alla porta, e il governo inglese insieme al suo nuovo re, Carlo III, dovranno decidere se davvero diventare una moderna monarchia parlamentare, che sa riconoscere nelle vicende storiche che l'hanno attraversata azioni niente affatto edificanti, se non addirittura brutali come nel caso del Benin, e riconsiderare la possibilità che la restituzione dei marmi della collezione Elgin  o dei bronzi del Benin possano rifondare le condizioni di nuovo modello di civiltà. 

La Storia, quando ne diventiamo consapevoli autori, non ci chiede di essere nostalgici, ma presenti al momento presente, che è l'unico punto in cui il presente e il passato possono incontrarsi e diventare futuro.







 

martedì 13 marzo 2018

Al-Ghouta (per me)

Ho chiaro in mente, come uno scatto fotografico, quella pagina del mio libro di protostoria del Vicino Oriente Antico, in cui poco più di vent'anni fa scoprii l'esistenza di una regione in Siria, chiamata Ghouta. 
L'attuale oasi di Damasco o "Ghouta", è il risultato dell'utilizzo e del prosciugamento progressivo, nella steppa che fiancheggia a est l'Anti-Libano, di un fiume di montagna, il Barada, suddiviso dall'uomo in una feconda e complessa rete di canali che irrigano le colture. In questa forma artificiale l'oasi è recente e non risale molto oltre la nostra era. Nel Pleistocene il fiume si gettava ancora in un lago molto grande, situato leggermente ad est dell'oasi attuale e il livello di questo lago non ha smesso di abbassarsi, fino ad arrivare, nell'Olocene, ai due piccoli laghi attuali. Verso il 9000 a.C. uno di questi, il lago Ateibé, era contornato da paludi che hanno fornito le canne utilizzate durante il neolitico nell'architettura del villaggio di Aswad, situato sulle sue rive. Malgrado le precipitazioni (attualmente 200 mm. d'acqua all'anno) fossero troppo scarse per le colture aride e non avessero permesso, come si è visto, la crescita spontanea di cereali selvatici, i terreni sedimentari, costituiti da delle marne lacustri lasciate dal ritirarsi del lago e delle argille alluvionali portate dal Barada, e umidificati inoltre dalla prossimità delle paludi, dovevano essere assai favorevoli alle colture. Gli Aswadiani furono i primi occupanti di tali terreni. (J. Cauvin, Nascita delle divinità e nascita dell'agricoltura,. La Rivoluzione dei simboli nel Neolitico, pag.74)
Immediatamente accanto a quella pagina me ne viene in mente un'altra, quella nella quale il nostro Maestro di Storia del Vicino Oriente Antico, Mario Liverani, descrive il concetto di nicchia ecologica, mentre parla dei caratteri di realtà ecologica appunto e di mappe mentali, quindi storicamente definite, usati entrambi per connotare il Vicino Oriente: 
Opposto è il concetto di nicchia (ecologica e culturale), che sottolinea il valore di certe zone, compatte e coerenti, delimitate da interfacce anche ravvicinate, e protette rispetto all'ambiente circostante in modo tale da riuscire a sviluppare al meglio le loro potenzialità produttive e organizzative. La nicchia può essere anche piccola (una vallata intermontana, un'oasi), tanto piccola che nella dimensione dei fenomeni economici e storici cui siamo oggi abituati non potrebbe svolgere alcuna funzione autonoma e specifica. Ma occorre ricordare che la dimensione dei fenomeni con cui abbiamo a che fare nel Vicino Oriente di età pro-storica e storica pre-classica è una dimensione molto ridotta: le concentrazioni umane, gli accumuli di eccedenze, le sistemazioni territoriali, le competenze artigianali e i contatti commerciali acquistano un ruolo storicamente già avvertibile anche se costretti entro ambiti quantitativamente modestissimi. (M. Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, Editori Laterza, pag. 31)

Il Ghouta è stata una delle nicchie ecologiche nelle quali si è manifestata quella che Gordon Childe definì la rivoluzione neolitica, un processo lungo e diversificato, che condusse i gruppi umani a una trasformazione radicale dei modi di vita sociale ed economica, e dunque culturale. 
A Tell Aswad, ai margini orientali del Ghouta, le ricerche, condotte da J. Cauvin, hanno mostrato l'evidenza di un grano domestico, che, con grande probabilità, quel gruppo umano, lì insediatosi, aveva portato dalle pendici dell'Anti-Libano. 
Tra i resti è attestato anche dell'orzo che continua tuttavia a manifestare le caratteristiche di tipo selvatico (Hordeum spontanea). Questo non vuole dire che non fosse coltivato, semplicemente che non evidenziava ancora trasformazioni morfologiche. Secondo alcuni studiosi nell'oasi di Ghouta sono stati anche coltivati piselli e lenticchie. L'alimentazione veniva poi integrata dalla raccolta di frutti selvatici, pistacchi, capperi e fichi, mentre le risorse di carne provenivano esclusivamente dalla caccia, mancando tracce di domesticazione animale. 
Più recentemente (2000-2006) Tell Aswad è stato protagonista di una nuova eccezionale scoperta, fatta dall'archeologa francese D. Stordeur (qui potete leggere l'articolo per esteso): si tratta del ritrovamento di crani rimodellati, usati nell'aree funerarie del sito, come elemento di fondazione delle aree stesse a partire dal PPNB medio e recente (Pre-Pottery Neolithic B, 7300-6650). La pratica non è nuova nel Vicino Oriente ma in questo caso è interessante la sua presenza diffusa, oltreché la straordinarietà della realizzazione e il risultato ottenuto, visibile nelle foto che seguono. 
            Tell Aswad, crani 741-CS3, dall'articolo di D. Stordeur
Le aree cimiteriali individuate, poste ai margini del villaggio di Tell Aswad, sono state due, una più antica e l'altra più recente. Gli aspetti interessanti di queste pratiche funerarie sono legati per esempio al fatto che la deposizione dei crani modellati, venisse posta a fondamento delle inumazioni successive,  ma contestuali cronologicamente, disposte in prossimità dei crani stessi, i quali venivano presumibilmente lavorati sul posto. 
  Tell Aswad, crani 741-CS1, dall'articolo di D. Stordeur
La lavorazione del cranio consisteva nel riempimento della testa e nella successiva lavorazione del volto, con la stesura di un impasto molto sottile di colore bianco, una specie di intonaco, che andava a riempire anche gli occhi, nei quali veniva poi praticata una fessura orizzontale ad indicarne la chiusura, e nella fessura veniva posta una sottile striscia di bitume, verosimilmente a rappresentare le ciglia. Il naso era perfettamente modellato con l'indicazione delle narici, la bocca veniva rappresentata da una semplice fenditura, con un leggero rilievo ad indicare le labbra, e in molti casi il volto veniva ricoperto dal colore in ocra rossa.
Studi di confronto prodotti con altri siti della regione, da Ain Ghazal a Besamoun, da Gerico a Ramad, hanno indotto l'archeologa Stordeur a ritenere che le aree cimiteriali fossero di pertinenza del gruppo per intero, e non limitate a un insieme domestico.
La funzione di questi crani era quella di fondare ritualmente l'area destinata a ospitare i defunti. Le sepolture collettive venivano riaperte ogni qual volta era necessario deporre un nuovo defunto, cosa che spesso ha provocato lo scasso dei livelli sottostanti, e in un caso anche la rottura di uno dei crani rimodellati.
La vita collettiva aveva prodotto nel tempo, non solo la capacità di generare modelli produttivi che garantissero la stabilità del gruppo, ma anche strutture simboliche che affinassero la capacità di elaborare l'inspiegabile, come la morte.
A questo riguardo è particolarmente suggestivo il ritrovamento dello scheletro di un bambino, di circa un anno di età, adagiato immediatamente sopra l'insieme dei crani rimodellati.
Tell Aswad, crani 741-CS1, CS2,CS3 e al centro lo scheletro del     bambino, dall'articolo di D. Stordeur
Tutto a testimoniare la profondità culturale di quest'area, quella nella quale gruppi umani, mediando tra gli elementi ecosistemici e le proprie aspettative, hanno dato fondamento ai primi esperimenti di vita comunitaria insieme, scegliendo di rimanere stabili in un luogo. 
Esperimenti vincenti e che richiedevano progettualità di durata nel tempo, ricerca di condizioni di interdipendenza solide e condivise, e che da quei millenni in poi, stiamo parlando del IX millennio a.C., hanno portato nel giro di altri cinque millenni alla fondazione delle prime strutture urbane. Il resto è storia, nel senso tecnico, cioè storia che comincia a essere anche scritta, con l'invenzione della scrittura.
Ecco, per me, e detto davvero in poche parole perché la letteratura scientifica è sterminata, questo è il mio Ghouta, la mia personale nicchia simbolica, quel luogo accogliente, raccolto, ospitale, nel quale l'uomo ha messo a dimora non solo semi, ma proiezioni di futuro, storie, prassi sociali, comportamenti, che lo hanno reso umano in senso pieno, stabile e consapevole.
Sapere che proprio il Ghouta è oggi, in queste ore, terreno di devastazione umana, inabissamento dell'accoglienza, del vivere civile, di ogni possibile proiezione di futuro, annientata nelle vittime bambine, è per me oltremodo inconcepibile e doloroso. 
Un dolore sordo, che mi inebetisce difronte alle immagini, che trasloca la coscienza a fondo, alla ricerca di un qualche logica inaudita, perché incapace di comprendere file ordinate di parole che dovrebbero spiegare l'inspiegabile di strategie folli e che riducono la storia millenaria e straordinaria di questo popolo, insieme al suo popolo stesso, in un cumulo di macerie umane, materiale e spirituali. 
BASTA, DAVVERO BASTA!


mercoledì 9 novembre 2016

Seme di Dio

Vivevamo lì da poche settimane.
Capitava che mi svegliassi di notte. La casa era grande, vuota, muta.
Allora mettevo fuori le braccia per sentire l’aria, per capire dov’ero.
Fuori il buio era denso, io mi sentivo straniera in quella stanza nuova, tutta per me.
L’avevo desiderata, immaginata, sognata, sperata. Ma ora avevo paura.
Fiori giganti senza stelo ricoprivano per intero le pareti.
A volte mi sembrava di sentirli muovere, sfiorarmi i capelli coi loro petali di velluto dai colori sgargianti.
Nel cambio di vita avevo perso la mia nicchia nel letto, quello che si tirava giù la sera col buio, e si chiudeva di giorno. Ora avevo solo le coperte, troppo leggere, per seppellirmici dentro.
Poi un giorno arrivò lei. Mia nonna, Emilia, la madre di mia madre.



Non me lo avevano detto che avrei dovuto dividere la stanza con lei. Ero titubante e incuriosita. Presto cominciai a conoscerla.
Si alzava sempre prima dell’alba, minuta dentro il suo abito nero, e percorreva quello spazio incantato tra il sonno e la veglia, come un personaggio delle fiabe. Piccoli gesti silenziosi la portavano fuori dal buio.
La sentivo zappettare in giadino, i suoi fiori, le piante dell’orto, i suoi ricordi, le speranze ancora da farsi. Col tempo da dentro il mio letto, imparai a riconoscere i rumori degli attrezzi, dentro le sue mani, il tempo della pota e quello della semina. Mi piaceva ascoltare a occhi chiusi gli odori della primavera, l’arsura dell’estate, lo scroscio dell’acqua sulla terra assetata, la pulizia delle foglie d’autunno, le coperte, stese a mantello sui rami degli alberi contro il gelo dell’inverno.
Lei sapeva come abitare la notte senza timore, nel suo letto a due piazze, alto come una montagna. Da quando era arrivata nella mia stanza, non ero più sola nel buio. La sentivo spesso sussurrare parole, come avesse accanto qualcuno con cui confidarsi.



Una notte, con il cuore in gola per un sogno cattivo, attraversai lo spazio vuoto tra il mio letto e il suo.
Mi arrampicai sulla montagna e mi rannicchiai al suo fianco. Poi cercai la sua mano.
Dentro il palmo teneva un grumo vivace di piccole perle che faceva scorrere tra le dita, cantilenando parole sempre uguali, che io non capivo.
Mi abbracciò stretta, e mi addormentai cullata dai suoi bisbigli.
Con lei ho imparato a lavorare la terra, quella dei raccolti, e quella dei miei sogni, ho tracciato solchi per mettere a dimora talee di rose e semi di fiducia, ho assaporato il tempo dell’alba per far crescere gesti di cura e immaginazione. Con lei ho imparato ad ascoltare i ritmi delle stagioni e quelle dei cuori, a vedere anche nel buio della paura luminosi silenzi, a scavare dentro ogni piccola parola per ritrovare radici potenti di storie nuove.
Gli alberi, i fiori, le piante del mio giardino ostentano ancora all’aria i segni indelebili delle sue cure. Io continuo a svegliarmi di notte, e continuo a ritrovare la sua voce. Infilo la mano sotto il cuscino e mi aggrappo al filo delle sue perle, le sgrano senza parole, fino ad arrivare alla croce ormai consumata delle sue preghiere. E trovo pace in quello spazio incantato tra il sonno e la veglia, dove lei ancora mi attende.

In sua memoria, 21 agosto 1908 - 21 Novembre 1992 

(Pubblicato su Illustrati, Novembre 2014)

lunedì 10 ottobre 2016

L'invitata imbucata

È arrivata da fuori, da un Altrove, oltre. 

Si è infilata indiscreta, con passo incerto tra gli invitati. Da dove viene lei fa tanto freddo, per questo ha messo la giacca pesante. Così ha detto, fra sé e sé. Ma lì, dentro quella chiesa, c'è un bel tepore. E lei accoglie le mani di chi la vede incerta. Arriva ai piedi dell'altare, qualcuno la guarda con sospetto, qualcun altro le offre il braccio, riconoscendola. Sale i gradini, verso l'Alto.  

La violista le porge una sedia, lei ringrazia, muovendo scomposta il capo. Così si siede, accanto alle musiciste, e si gode la cerimonia in prima fila, sgargiante di colori mal assortiti. A volte socchiude gli occhi, a prendere respiro, a cercare nella sua memoria ballerina, le stesse parole pronunciate ora su quella tavola sacra.

Poi le scende una lacrima. Gli occhi dei vecchi, si sa, sono sempre bagnati. Lei non se ne accorge nemmeno, è assorta tra i suoi ricordi e il dono presente di due giovani sposi, che si fanno promesse d'eterno.

La cerimonia finisce, gli invitati escono tutti, si preparano a festeggiare gli sposi, riso in mano e sul volto. Lei aspetta con pazienza, si lascia aiutare a scendere i gradini, e poi, a passi rigidi, raggiunge il dipinto, quello enorme di Maria, che sembra guardarla a mani giunte, in attesa di poterla abbracciare.

Scava nelle tasche della giacca che tiene appoggiata sul braccio, trova qualche spicciolo, lo fa tintinnare nella cassettina delle offerte.

Poi accende tutte le candele, elettriche, le spegne e le riaccende, prova e riprova, non si rassegna. Da dove viene lei, fa tanto freddo, e purtroppo quelle candele non scaldano.

Congiunge le mani, si fa il segno della croce ed esce, inosservata, in silenzio, aspettando, chissà, un'altra chiesa, altri sposi, all'ombra dei quali poter trovare riposo e un po' di calore.





lunedì 3 ottobre 2016

La casa-ombra

Se ne sta lì, sola nuda, come un gigantesco involucro, un carapace vuoto, come quegli insetti che lasciano di sé solo l'esoscheletro e dentro più nulla, spariti, di loro nemmeno più l'odore.
Non si può non notarla a Mittelberg, l'enorme casa-ombra, in cima alla strada principale, unica striscia di blu a scorrimento lento, filo tortuoso tra la valle e le vette.



Tutto è perfetto su quella strada: i fiori sgargianti alle finestre, le orchidee dietro i vetri, le piccole scaglie di legno, serrate le une alle altre, a proteggere i muri delle case, il verde rigoglioso dei prati cresciuto a vanto di cime e persone.

Tutto sembra perfetto.
A parte lei.

Seccata dal sole, sporca, grigia, se ne sta abbandonata dietro una fitta ragnatela di tubi, qualche finestra vuota, occhi smarriti, dimenticati aperti senza cura di pudore alcuno.



La sua gigantesca ombra mi sovrasta. Ha qualcosa di vivo, ancora. Prendo il mio taccuino e traccio qualche linea sghemba, fermo lì quella visione, segno la strada per poterci entrare.

Poi una domenica il cielo s’incupisce e il grigio stringe in una morsa fredda ogni vanto di colore. Ma la casa-ombra no, lei resiste: un foglio giallo, sgualcito a sorriso, appiccicato a uno dei tubi, annuncia un mercatino delle pulci nella casa di Klara. Una ruga di luce sulla sua pelle.
Metto le mani a visiera per sbirciare dentro la finestra. Un bambino minuscolo comincia a bussare ossessivo sul vetro, dall'interno, fino a quando braccia da grandi lo tirano giù e mi fanno segno di fare il giro ed entrare.



È lei la casa di Klara.

Entro varcando una soglia, come si entra in un Altro, mondo uno di due, in punta di piedi. Mi travolge un odore di polvere e legno, i passi scricchiolano sulle assi, il soffitto è basso, una vecchia stufa in ceramica troneggia nell'atrio. La casa è attraversata da tante persone, c'è un’aria di festa, una signora gira per le stanze tenendo in equilibrio sul braccio un vassoio di bevande calde, tè, cappuccino, caffè. Fuori fa freddo e, tra le mani, è intenso tepore di casa quello che stringo. Comincio a girare per le stanze, immergendomi in una strabiliante wunderkammer, dove ogni cosa è stata conservata a rispetto di usura e tempo-lavoro: ci sono piccole scatole di legno, rivestite in cuoio, per la conservazione di porzioni giornaliere di tabacco, ciotole con dentro croci di legno, intagliate a mano, aghi da materasso lunghi venti centimetri, riviste, una scacchiera in ciliegio, un giradischi ancora perfettamente funzionante e tanti vinili. Qualcuno ne sceglie uno e lo dispone sul piatto. La musica si spande tutt'attorno. Mi dirigo verso una libreria: su un ripiano trovo le lenti pince nez di Klara, le prendo, le passo tra le mani, me le provo. Il cuore mi pulsa nelle tempie.

Perché sono qui? Chi era Klara? Aveva 93 anni quando l'usura del tempo aveva travolto anche lei. Una parte della sua vita l'aveva spesa a fare la contabile, per un ufficio del Comune. Ma un giorno, stanca di mettere in colonna numeri, aveva sentito di dover allargare il respiro, conoscere altro, trovare persone che potessero corrisponderle parole e non solo denaro. Aveva allora rilevato la casa-ombra, e ne aveva fatto una casa-ristoro.

Così voleva che fosse, non una qualsiasi casa vacanze. Non le piaceva l'idea delle ferie da consumare, sperava che tra quelle mura, in quelle stanze, nei letti profumati di fresco, tra quelle note, le persone potessero sentire di essere tornati a casa, un'altra casa, quella interiore. Una casa ricolma di piccoli oggetti, strumenti che avrebbero dovuto rendere il suo lavoro e la permanenza degli ospiti un dipanarsi lento e consueto di giorni sereni a contemplazione di montagne e silenzio. Ascolto la sua storia, parlo con le persone che le sono state vicino, sento il loro calore e la nostalgia. Klara comincia a essere una parte di me, dentro di me. Una stanza della mia casa si apre, un angolo buio, che ora prende luce e si schiude oltre gli argini della distanza. Vorrei portare con me tantissimi oggetti, un trinciaprezzemolo, ciotole da muesli dipinte a mano, i suoi occhiali, un piccolo binocolo da teatro.

Apro un cassetto della credenza, dentro ci trovo un libro dalla copertina rossa, sul frontespizio una scritta in oro e tre pentole di grandezza diversa, che emanano profumati effluvi. Lo apro e, pagina dopo pagina, volute di lettere, parole composte eleganti, prendono corpo sotto i miei occhi: sono le ricette che Klara ha trascritto in tanti anni di attività. Chiudo gli occhi, annuso le pagine, chiedo se posso comprarlo e per pochi euro lo porto con me. Con il libro stretto tra le braccia salgo le scale per il piano di sopra.






Nel frattempo mi hanno raggiunto anche i bambini e Paolo. Thomas ha un fiuto speciale per i giochi e gli attrezzi, immediatamente trova quello che gli interessa: costruzioni degli anni '40 in cartone pressato, incastri che danno vita a tre tipi di abitazioni, sembra ci sia pure quella di Klara.



Anche Emilia trova qualcosa, il gioco della serigrafia, mancano alcune lettere, ma per il resto basta solo ricomprare l'inchiostro. Ci divertiamo, sedute per terra, e comporre le prime parole: casa di Klara.

Entro nella stanza di Klara, il suo armadio è aperto, ho la sensazione di profanare un luogo sacro: ci sono i suoi abiti belli, quelli tradizionali, con il grembiule lungo, in seta pesante ricamata, giacche da lavoro che lei stessa cuciva, una scatola di calze di seta, ancora intatta. Mi sembra quasi di sentire i suoi passi. Le mani scorrono attraverso le stoffe ma non riesco a prendere nulla.

Esco e mi avvio all'ultimo piano: ha il tetto spiovente e un grande lucernario, sotto ci sono due sdraio in faggio, aperte come se attendessero ancora i loro ospiti. Mi ci adagio, guardo attraverso il vetro, è uscito un raggio di sole, nuvole dense solcano veloci il cielo, come i pensieri ora nella mia testa: penso a Klara, a quel poco che so di lei, a quello che immagino, alle corrispondenze che cerco tra me e lei.

So che nei luoghi che mi capita di attraversare spesso trovo storie che mi restituiscono una parte di me, trame così lontane dalle mie, che hanno tuttavia fili in comune, quella radice dell'umano, che irriducibile abita nella stanza segreta del nostro io. Vite che forse ho già vissuto e che ora tornano a visitarmi.

Emilia mi scuote il braccio, mi dice che dobbiamo andare, - Babbo ti vuole - mi sussurra. Anche Paolo ha trovato il suo tesoro. Una pendola, rimasta immobile, segna le 5, l'ora in cui Klara si è sempre alzata, mi dicono. La stessa ora in cui mi alzo io. Corrispondenze. Prendiamo anche quella. I suoi familiari ci salutano calorosamente, gli occhi ci si inumidiscono, Klara non c'è più, ma la sua casa presto tornerà ad essere una casa-ristoro-museo. Torneremo il prossimo anno, a visitare la casa di Klara, a cercare storie e corrispondenze.