lo spazio vuoto

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martedì 1 settembre 2020

CAMMINANDO...


Monte La Meta

Scorcio di fine estate. Un tempo per smarrire il percorso, sbagliare direzione.

Mi è capitato a volte, che mi si chiedesse perché andare in montagna, salire, sudare, fare fatica. 

Per arrivare in cima, ho sempre detto io, e mangiarmi un panino, contemplando la bellezza del creato. 

Ma la cima poi sta lì e tu devi tornare giù, e a parte qualche foto, resta solo l'acido nelle gambe, che il giorno dopo ti fa camminare come il noto e amato Uomo di latta, prima che Dorothy gli lubrifichi le giunture.

Si fa fatica a dire le ragioni dell'andare se non hai la montagna nelle gambe e nel cuore. 

In montagna ci andavo con mio padre, fin da bambina. 

Anche solo a camminare, anche senza ascesa. 

Da lui ho imparato che a salire si comincia presto al mattino, che ognuno ha il suo passo, ma non si lascia indietro nessuno, soprattutto se fa fatica, né cominci a ricorrere chi è più agile. Semplicemente cerchi un modo per trovare l'armonia dell'andare, pure se ognuno va come riesce. 


Da lui ho imparato che in montagna si va sempre con l'acqua, più di quella che pensi potrebbe servirti, e con gli scarponi, quelli alti per proteggere le caviglie, che ci si veste a cipolla, che bisogna indossare la canottiera, portarsi un cambio, e sempre uno scacciacqua, perché in montagna il tempo cambia molto rapidamente. 

E poi mai dimenticare un bastone, anche se sei giovani e hai le gambe di elasti-girl, perché nella difficoltà potresti non essere quella che pensi di essere, e allora è meglio avere un sostegno. Nella nostra casina di montagna, in Molise, conserviamo tutti i bastoni che lui ci ha fatto, di altezze diverse, noi crescevamo in fretta e i bastoni si accorciavano, anno dopo anno. 

Da lui ho imparato soprattutto che per andare in montagna bisogna studiare le carte e mai mai mai andare fuori percorso. Ci diceva che della montagna bisogna avere rispetto, che un percorso non valeva un altro, quindi era meglio scegliere sulla base delle proprie reali possibilità, senza mentire a se stessi. Sia in salita che in discesa dovevamo controllare e seguire i segnali, lasciati sulle rocce o sugli alberi, da chi si era preso la briga di aprire una via. 

Via che serviva a tutelare gli escursionisti, quelli più esperti e quelli dell'ultimo minuto. Un sentiero che soprattutto avrebbe circoscritto geograficamente il passaggio dell'uomo, per lasciare intatto agli abitanti del bosco il loro regno.

Della montagna ho sempre avuto timore, mi sono sempre sentita come  se dovessi entrare da ospite mal vestita nella casa di una vecchia famiglia aristocratica, una casa che non era la mia, in cui mi si riservava un'accoglienza impeccabile, circondata da meraviglie, nella quale avrei dovuto imparare di volta in volta una sorta di lessico famigliare, capace di consentirmi un dialogo autentico, non di circostanza. 

Quando ho cominciato ad andare in montagna da sola, anche senza mio padre, è capitato che sbagliassi sentiero, per un breve tratto, per distrazione, o ne scegliessi un'altro, nonostante le sue raccomandazioni. 

È capitato che rimanessi indietro, parecchio rispetto agli altri compagni di viaggio, e il mio scarso senso dell'orientamento abbia fatto il resto. Ho anche avuto paura.

È capitato altre volte di percorrere un tratto fuori sentiero, per scelta  per andare oltre, per poter dire: sono arrivata anche lì. Per sentire cosa accade dentro quando fai qualcosa che non dovresti fare, che sai che che è meglio non fare.

È capitato che salissi ignorando il maltempo e che fossi costretta a scendere senza vedere a nemmeno mezzo metro dai miei passi. Per fortuna in quella circostanza non ero da sola. 

Questa volta però è stato diverso.

E non perché fosse un'escursione nuova, anzi. 

Era una di quelle fatte e rifatte con mio padre in circa vent'anni di camminate. 

La conosco bene, so cosa c'è lungo il percorso, come si inerpica dentro il bosco, come è la vista quando si esce dal fitto degli alberi e si comincia a salire nella piccola valle che porta al valico e poi in cima. Di quella escursione conosco i tempi e la fatica. 


La conosco così bene da non aver neanche pensato di portare con noi la carta dei sentieri. 

Sbagliare è stato semplice, naturale. 

È bastato percorrere un sentiero che pensavo di conoscere. 

È bastato affidarsi al già saputo, all'arroganza del già percorso, a un senso della memoria, che nella maggioranza dei casi salva dal dover imparare ogni giorno a fare le cose consuete, ma che in altri inganna, sovrappone al sentire l'abitudine di passi stratificatisi sempre nello stesso modo.

Eppure era così evidente che non si trattava del percorso fatto in tanti anni di escursioni: invece che un unico chiaro inequivocabile sentiero, ci siamo trovati difronte a minute piccole piste, tracciate forse dagli animali, che avevano smosso il fogliame spesso del sottobosco. 

E poi moltissimi rami e tronchi di varie dimensioni che ostacolavano il percorso, come se le mani di una tempesta impetuosa fossero passate con violenza tra le chiome degli alberi, strappando via i rami più fragili.

Però abbiamo proseguito, dentro di me ho costruito la mia spiegazione, mi sono detta che l'inattività dei mesi di chiusura aveva portato anche lì a uno sconvolgimento. 

Forse non era stato possibile ai taglialegna, ripulire il sottobosco, e così tutto era a soqquadro. La casa in cui pensavo di dover essere accolta non era stata messa a posto. Ho avuto anche l'ardire di lamentarmi: da giugno a agosto di tempo ce n'è stato per fare pulizie. 

Qualche segno poi continuava ad apparire sporadicamente qua e là. Sempre incerto, sempre poco chiaro. Così abbiamo proseguito. 

Fino a quando è divenuto del tutto evidente che avevamo sbagliato percorso. 

In un punto ho avuto paura, si scivolava, lo spesso strato di foglie secche copriva piccole rocce, ingannando l'appoggio, non c'era niente a cui aggrapparsi, non avevamo bastoni, alla nostra sinistra poi si apriva un piccolo dirupo, nulla di così pericoloso, ma sufficiente a rompersi diverse ossa, cadendoci dentro.

Abbiamo dovuto proseguire, io davanti, cercando di indicare i punti in cui mettere i piedi, e a ripetere come un mantra di tenersi il più possibile lontani dal precipizio. Il marito ottimista era in coda, a consolidare i consigli. 

La paura generata da situazioni di questo tipo è degli adulti, non dei giovani. La figlia temeraria e il figlio contestatore, mi sono stati dietro, attenti, smorzando la mia ansia con ironia.

Il tratto fatto in queste condizioni è stato breve. Dopo poco siamo usciti a riveder ... la luce del sole, a inquadrare la cima che avremmo dovuto raggiungere, e a orientare di nuovo i nostri passi in direzione del percorso segnato. 

Ho ripensato a lungo nei giorni a seguire a questo scorcio d'estate in cui su un sentiero, che pensavo di conoscere, mi sono persa, trascinandomi dietro la famiglia. 

Mentre decidevamo cosa fare e come procedere, se tornare indietro o proseguire, come poi abbiamo fatto, il bosco aveva una voce diversa, in realtà aveva la sua voce. 

Quella voce a cui non avevo prestato attenzione sommersa dal fruscio dei miei pensieri che percorrevano un cammino preteso, battuto negli anni.

Per lunghi istanti ci siamo fermati ad ascoltare, mentre a turno uno di noi adulti esplorava il percorso in avanti. Abbiamo dovuto fare silenzio, per acuire i sensi, per sentire dove tirava il vento, per capire se ci fossero animali in zona. 

E ce n'erano, le tracce erano inequivocabili, avremmo potuto ricostruire la loro dieta. Che tipo di animali è facile a dirsi: mucche e pecore negli stazzi a mezza costa, camosci in cima, qualche orso in prossimità di cavità delle rocce nel bosco, lupi di sicuro, che però sono estremamente guardinghi nei confronti del loro più acerrimo nemico. 

Ci sono confini precisi tra gli spazi addomesticati dall'uomo e il regno della natura. Anche se spesso gli ignoriamo del tutto.

Noi in qualche modo e senza volerlo eravamo sul margine, in una zona di limite, in uno spazio concesso all'uomo, dentro un regno non suo. 

La percezione che quel tratto di bosco fosse abitato da altre creature è stata vivida e ineludibile. Eravamo ospiti, inattesi. 

Sbagliare percorso mi ha costretto a far accomodare il cervello nel retro del cranio.

Mi sono resa conto che sapere non è sentire, che abituarsi a una strada percorsa negli anni, ottunde i sensi, la mente diventa padrona, e costruiamo una natura a immagine del nostro sapere, peggio delle nostre proiezioni emotive. 

Salire sapendo i percorsi, ti fa arrivare in cima comodo e sicuro, ma è come se lo sguardo scivolasse via dalle cose che sono attorno, come se i confini del proprio corpo fossero tutti stretti aggrovigliati intorno alla testa: e così la trama complessa di quel particolare mondo naturale non esiste più in sé, ma solo per te, in funzione dell'obiettivo che stai perseguendo.

Sbagliare percorso mi ha costretto a un passo indietro, mi ha rimesso in una posizione di relazione aperta, nella quale non potevo più sovrapporre il mio sapere a qualcosa che in fondo non comprendevo.

Sbagliare percorso apre la percezione dei sensi su uno spazio vuoto nel quale non puoi che attendere silenziosamente che si facciano vive le voci di un mondo che è estraneo al tuo. E tentare una qualche forma di comprensione, per imparare a conoscere, semplicemente.

Fermarsi e ascoltare è l'unica possibilità che ti sia data di procedere, e vai avanti a tentoni, non puoi  più disporre i tuoi passi in sequenza preordinata e distratta. Devi prestare attenzione. 

Prestare attenzione e pazienza, rallentare, lasciare che ci sia l'incontro tra il desiderio di procedere e salire in alto, e quello di cercare i passi, necessari, essenziali, nuovi, a volte in bilico, uno dopo l'altro, senza sprechi. 

In quel bosco, perdendomi, ho sentito che quello era anche il modo in cui avrei voluto cercare le mie parole.

Parole per dire, il dolore, il vuoto, la paura, l'ansia, la gioia, il pudore, l'emozione di poter stare senza percorso e farcela. 

Farcela non è una sfida, sapere il percorso in montagna è necessario, vitale, però s'impara anche perdendo la strada, restando a misurare i tuoi respiri nel vuoto, quel vuoto in cui potresti anche precipitare. 

Si può imparare anche a stare al cospetto del vuoto, per accorgersi che è da lì che poi si può tornare con passi più attenti sul sentiero.






martedì 13 marzo 2018

Al-Ghouta (per me)

Ho chiaro in mente, come uno scatto fotografico, quella pagina del mio libro di protostoria del Vicino Oriente Antico, in cui poco più di vent'anni fa scoprii l'esistenza di una regione in Siria, chiamata Ghouta. 
L'attuale oasi di Damasco o "Ghouta", è il risultato dell'utilizzo e del prosciugamento progressivo, nella steppa che fiancheggia a est l'Anti-Libano, di un fiume di montagna, il Barada, suddiviso dall'uomo in una feconda e complessa rete di canali che irrigano le colture. In questa forma artificiale l'oasi è recente e non risale molto oltre la nostra era. Nel Pleistocene il fiume si gettava ancora in un lago molto grande, situato leggermente ad est dell'oasi attuale e il livello di questo lago non ha smesso di abbassarsi, fino ad arrivare, nell'Olocene, ai due piccoli laghi attuali. Verso il 9000 a.C. uno di questi, il lago Ateibé, era contornato da paludi che hanno fornito le canne utilizzate durante il neolitico nell'architettura del villaggio di Aswad, situato sulle sue rive. Malgrado le precipitazioni (attualmente 200 mm. d'acqua all'anno) fossero troppo scarse per le colture aride e non avessero permesso, come si è visto, la crescita spontanea di cereali selvatici, i terreni sedimentari, costituiti da delle marne lacustri lasciate dal ritirarsi del lago e delle argille alluvionali portate dal Barada, e umidificati inoltre dalla prossimità delle paludi, dovevano essere assai favorevoli alle colture. Gli Aswadiani furono i primi occupanti di tali terreni. (J. Cauvin, Nascita delle divinità e nascita dell'agricoltura,. La Rivoluzione dei simboli nel Neolitico, pag.74)
Immediatamente accanto a quella pagina me ne viene in mente un'altra, quella nella quale il nostro Maestro di Storia del Vicino Oriente Antico, Mario Liverani, descrive il concetto di nicchia ecologica, mentre parla dei caratteri di realtà ecologica appunto e di mappe mentali, quindi storicamente definite, usati entrambi per connotare il Vicino Oriente: 
Opposto è il concetto di nicchia (ecologica e culturale), che sottolinea il valore di certe zone, compatte e coerenti, delimitate da interfacce anche ravvicinate, e protette rispetto all'ambiente circostante in modo tale da riuscire a sviluppare al meglio le loro potenzialità produttive e organizzative. La nicchia può essere anche piccola (una vallata intermontana, un'oasi), tanto piccola che nella dimensione dei fenomeni economici e storici cui siamo oggi abituati non potrebbe svolgere alcuna funzione autonoma e specifica. Ma occorre ricordare che la dimensione dei fenomeni con cui abbiamo a che fare nel Vicino Oriente di età pro-storica e storica pre-classica è una dimensione molto ridotta: le concentrazioni umane, gli accumuli di eccedenze, le sistemazioni territoriali, le competenze artigianali e i contatti commerciali acquistano un ruolo storicamente già avvertibile anche se costretti entro ambiti quantitativamente modestissimi. (M. Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, Editori Laterza, pag. 31)

Il Ghouta è stata una delle nicchie ecologiche nelle quali si è manifestata quella che Gordon Childe definì la rivoluzione neolitica, un processo lungo e diversificato, che condusse i gruppi umani a una trasformazione radicale dei modi di vita sociale ed economica, e dunque culturale. 
A Tell Aswad, ai margini orientali del Ghouta, le ricerche, condotte da J. Cauvin, hanno mostrato l'evidenza di un grano domestico, che, con grande probabilità, quel gruppo umano, lì insediatosi, aveva portato dalle pendici dell'Anti-Libano. 
Tra i resti è attestato anche dell'orzo che continua tuttavia a manifestare le caratteristiche di tipo selvatico (Hordeum spontanea). Questo non vuole dire che non fosse coltivato, semplicemente che non evidenziava ancora trasformazioni morfologiche. Secondo alcuni studiosi nell'oasi di Ghouta sono stati anche coltivati piselli e lenticchie. L'alimentazione veniva poi integrata dalla raccolta di frutti selvatici, pistacchi, capperi e fichi, mentre le risorse di carne provenivano esclusivamente dalla caccia, mancando tracce di domesticazione animale. 
Più recentemente (2000-2006) Tell Aswad è stato protagonista di una nuova eccezionale scoperta, fatta dall'archeologa francese D. Stordeur (qui potete leggere l'articolo per esteso): si tratta del ritrovamento di crani rimodellati, usati nell'aree funerarie del sito, come elemento di fondazione delle aree stesse a partire dal PPNB medio e recente (Pre-Pottery Neolithic B, 7300-6650). La pratica non è nuova nel Vicino Oriente ma in questo caso è interessante la sua presenza diffusa, oltreché la straordinarietà della realizzazione e il risultato ottenuto, visibile nelle foto che seguono. 
            Tell Aswad, crani 741-CS3, dall'articolo di D. Stordeur
Le aree cimiteriali individuate, poste ai margini del villaggio di Tell Aswad, sono state due, una più antica e l'altra più recente. Gli aspetti interessanti di queste pratiche funerarie sono legati per esempio al fatto che la deposizione dei crani modellati, venisse posta a fondamento delle inumazioni successive,  ma contestuali cronologicamente, disposte in prossimità dei crani stessi, i quali venivano presumibilmente lavorati sul posto. 
  Tell Aswad, crani 741-CS1, dall'articolo di D. Stordeur
La lavorazione del cranio consisteva nel riempimento della testa e nella successiva lavorazione del volto, con la stesura di un impasto molto sottile di colore bianco, una specie di intonaco, che andava a riempire anche gli occhi, nei quali veniva poi praticata una fessura orizzontale ad indicarne la chiusura, e nella fessura veniva posta una sottile striscia di bitume, verosimilmente a rappresentare le ciglia. Il naso era perfettamente modellato con l'indicazione delle narici, la bocca veniva rappresentata da una semplice fenditura, con un leggero rilievo ad indicare le labbra, e in molti casi il volto veniva ricoperto dal colore in ocra rossa.
Studi di confronto prodotti con altri siti della regione, da Ain Ghazal a Besamoun, da Gerico a Ramad, hanno indotto l'archeologa Stordeur a ritenere che le aree cimiteriali fossero di pertinenza del gruppo per intero, e non limitate a un insieme domestico.
La funzione di questi crani era quella di fondare ritualmente l'area destinata a ospitare i defunti. Le sepolture collettive venivano riaperte ogni qual volta era necessario deporre un nuovo defunto, cosa che spesso ha provocato lo scasso dei livelli sottostanti, e in un caso anche la rottura di uno dei crani rimodellati.
La vita collettiva aveva prodotto nel tempo, non solo la capacità di generare modelli produttivi che garantissero la stabilità del gruppo, ma anche strutture simboliche che affinassero la capacità di elaborare l'inspiegabile, come la morte.
A questo riguardo è particolarmente suggestivo il ritrovamento dello scheletro di un bambino, di circa un anno di età, adagiato immediatamente sopra l'insieme dei crani rimodellati.
Tell Aswad, crani 741-CS1, CS2,CS3 e al centro lo scheletro del     bambino, dall'articolo di D. Stordeur
Tutto a testimoniare la profondità culturale di quest'area, quella nella quale gruppi umani, mediando tra gli elementi ecosistemici e le proprie aspettative, hanno dato fondamento ai primi esperimenti di vita comunitaria insieme, scegliendo di rimanere stabili in un luogo. 
Esperimenti vincenti e che richiedevano progettualità di durata nel tempo, ricerca di condizioni di interdipendenza solide e condivise, e che da quei millenni in poi, stiamo parlando del IX millennio a.C., hanno portato nel giro di altri cinque millenni alla fondazione delle prime strutture urbane. Il resto è storia, nel senso tecnico, cioè storia che comincia a essere anche scritta, con l'invenzione della scrittura.
Ecco, per me, e detto davvero in poche parole perché la letteratura scientifica è sterminata, questo è il mio Ghouta, la mia personale nicchia simbolica, quel luogo accogliente, raccolto, ospitale, nel quale l'uomo ha messo a dimora non solo semi, ma proiezioni di futuro, storie, prassi sociali, comportamenti, che lo hanno reso umano in senso pieno, stabile e consapevole.
Sapere che proprio il Ghouta è oggi, in queste ore, terreno di devastazione umana, inabissamento dell'accoglienza, del vivere civile, di ogni possibile proiezione di futuro, annientata nelle vittime bambine, è per me oltremodo inconcepibile e doloroso. 
Un dolore sordo, che mi inebetisce difronte alle immagini, che trasloca la coscienza a fondo, alla ricerca di un qualche logica inaudita, perché incapace di comprendere file ordinate di parole che dovrebbero spiegare l'inspiegabile di strategie folli e che riducono la storia millenaria e straordinaria di questo popolo, insieme al suo popolo stesso, in un cumulo di macerie umane, materiale e spirituali. 
BASTA, DAVVERO BASTA!


sabato 3 febbraio 2018

MURI

La parola MURO è diventata oramai nel linguaggio corrente sinonimo di confine, barriera, qualcosa che deve separare e tenere  lontano, al di là, qualcuno o qualcosa che non si vuole al di qua.
Un elemento architettonico che divide, separa, ostacola i passaggi, impedisce una visione più ampia, ma al contempo è percepito come elemento di protezione, di sicurezza. 
Non rappresenta più parte di un insieme articolato a fare una casa, uno spazio comune, un progetto desiderato di condivisione.
Si fa MURO sempre più spesso con le parole, nei pensieri, coi gesti, ci si contrappone l'uno all'altro erigendo MURI appunto, come se insieme, anche nella diversità di vedute, non fosse possibile costruire uno spazio comune di condivisione sociale e civica.
L'Europa è pervasa da muri, pochi reali, molti moltissimi ideologici e ideali. Il nostro stesso mare è stato trasformato in un MURO.
Eppure per tutti questi MURI che ci sentiamo crescere addosso, intorno, dentro, che spesso non vogliamo, e che invece a volte contribuiamo a erigere, ne esistono altri, dove la bellezza, pur nella sua caducità diventa strumento semantico di incontro, di speranza, di condivisione, di lavoro comune, di un cercarsi e ritrovarsi, che è segno vivo della natura umana. 
Questa mattina si è svolta, per il secondo anno consecutivo, la manifestazione MURI SICURI, nella zona di Roma che è a tutti gli effetti Tor Pignattara, anche se si trova a destra della via Casilina, andando verso il centro, mentre via di Torpignattara è invece a sinistra. 
La manifestazione è nata per sostenere la ricostruzione dei luoghi culturali colpiti dal terremoto del 2016 e vi hanno aderito 115 guide  turistiche di Roma, che autotassandosi, hanno consentito a due artisti, Diavù e Solo, di realizzare un'opera di street art, all'interno del quartiere. 
                                        Diavù al lavoro

              Il Muro di Solo in lavorazione, soggetto X-Men

La mia adorata amica e guida Marta, ci ha accompagnati all'interno del quartiere, tra via dell'Acqua Bullicante e via della Marranella, via Capua e Largo B. Perestrello, tra negozi, case, scuole, vita quotidiana, raccontandoci di come questo quartiere sia nato e quale vocazione, in conseguenza della sua formazione, abbia sempre manifestato.
Il quartiere, per chi non lo conosce, ha una storia abbastanza recente. È solo dalla fine degli anni 20' che entra a far parte a pieno titolo, ovvero attraverso una delibera comunale, del territorio di Roma, essendo fino allora considerato spazio extraurbano. 
Prima di quella data, tuttavia la zona era stata interessata da un fenomeno migratorio intenso, che portava artigiani e contadini dalle colline laziali a cercare, prima di vendere i propri prodotti, poi definitivamente a stabilirsi qui. 
Le condizioni di vita erano estremamente precarie, chi veniva si costruiva da sé baracche, ricoveri di fortuna, non c'erano fognature e il fosso dell'Acqua Bullicante, o Marranella, fungeva da fogna a cielo aperto. 
L'inserimento all'interno del territorio di Roma significò dunque una prima fornitura di servizi, in primis luce, acqua e un sistema fognario. E poi subito dopo l'edificazione di alloggi ad opera dell'Istituto Autonomo per le Case Popolari. 
Durante il fascismo il quartiere divenne centrale nella lotta di liberazione di Roma dai nazi-fascisti, trovandosi in una posizione strategica per l'accesso diretto al fronte di guerra di Cassino. Testimonianza ne sono le numerose pietre d'inciampo dislocate lungo del vie, ultima delle quali posata in via dell'Acqua Bullicante 137, nel dicembre scorso, e dedicata al giovane partigiano Giordano Sangalli, morto combattendo in Sabina.
Due altri momenti contraddistinguono in modo significativo la storia del quartiere e ne denotano il suo carattere: il boom edilizio degli anni 70', frutto di un successivo fenomeno migratorio interno, e il nuovo, oramai non più tanto recente, ripopolamento, frutto questa volta delle migrazioni extra-comunitarie che ben conosciamo. 
La comunità extra-comunitaria più numerosa è rappresentata dai bengalesi, ma consistenti sono anche quelle  peruviane, rumene, cinesi, filippine e nordafricane. 
La vocazione di questo quartiere è sempre stata quella dunque di convivere fianco fianco con tradizioni, storie, culture differenti, divenendo nel tempo un modello di integrazione vivo e vitale.
Ma questo non è che un verso della medaglia, che non restituisce la complessità della convivenza multietnica, in condizioni economiche difficili e nel grave stato di abbandono ad opera delle istituzioni. È un quartiere estremamente complicato ma non di meno ancora vitale grazie al fermento culturale resistente di associazioni e cittadini che continuano a seminare cultura e bellezza.

   Diavù, ex-cinema Impero, via dell'Acqua Bullicante 121, Anna Magnani, realizzato insieme ai ritratti di Mario Monicelli, Pier Paolo Paolini e i fratelli Citti, per la riapertura del cinema, marzo 2014
          Diavù, ex-cinema Impero, Pier Paolo Pasolini, Marzo 2014

Basta alzare lo sguardo e camminare in cerca di MURI: sono quelli che hanno attirato nel corso di questi ultimi anni street artist italiani e stranieri con interventi di una bellezza davvero straordinaria. 

              Jeff Aerosol, 24 maggio 2014, via della Marranella

E sono quelli che hanno portato giornalisti, che hanno raccolto attorno a un progetto collettivo, le famiglie di interi palazzi, palazzi anch'essi multietnici, per trovare la formula e contribuire alla realizzazione di un MURO, che fosse quella di prendere in mano secchio e scopa, o quella di dare un contributo economico. 

                         Etnik, via Perestrello, Marzo 2015

È attorno a questo progetto artistico che la comunità, o meglio le comunità, si sono ritrovate, dimostrando, come se fosse necessario, che abbiamo bisogno di vivere e convivere con la bellezza, una bellezza che esprima nei segni artistici, il senso di un estetica che è anche etica, e che possano narrare al mondo chi siamo, dove stiamo andando e perché.

              Carlos Atoche, via della Marranella, 26 aprile 2015
              Jeff Aerosol, Via della Marranella, 24 maggio 2014

Non solo, attorno e grazie ai MURI sono cresciute e divenute poli culturali due gallerie, la Varsi e la Wunderkammer, che in alcuni casi hanno sponsorizzato le opere e ospitato le mostre degli artisti. 
I Muri, tutti autorizzati dal Comune, hanno messo in relazione artisti, cittadinanza e istituzioni, in una rete di relazioni generative e dialoganti. Un successo enorme in un tessuto urbano e sociale difficile. I problemi tanti e gravi restano, eppure questi Muri ci dicono che la bellezza non solo è possibile, ma è desiderata, cercata, rispettata e necessaria. 

              Etam Cru, Via L. Pavoni 178, 10 ottobre 2014

Grazie di cuore a MuriSicuri per questa iniziativa e a Marta per la storia che ci ha raccontato,  e per tutte le storie che sono linfa vitale dei nostri incontri. 
MuriSicuri quest'anno devolve l'intero ricavato della manifestazione per la ricostruzione dei luoghi culturali di Matelica.

Allego alcuni link utili per saperne di più sugli artisti e sul quartiere: 












sabato 13 gennaio 2018

Quando una storia ti siede accanto

Sarà che ieri è stata una giornata intensa, emozionante, piena di ricordi di vite passate, che poi altre storie mi sono venute incontro, nonostante la fatica della nostalgia. 
È pomeriggio tardi, lo sciopero dei mezzi di trasporto impazza per le vie di questa meravigliosa e complicata città. Ho da poco salutato la mia amica Marta, stringendola in un abbraccio, con la promessa reciproca di non stancarci di andare, anche quando, come adesso, diventa più faticoso. Mi avvio così da via Labicana per prendere la metro a Colosseo.
La metro è piena, stracolma di persone che per tutto il giorno hanno avuto la loro battaglia. Resisto con un solo braccio appeso in punta di dita all'unico sostegno a mia altezza, mentre con l’altra mano mi stringo addosso i miei libri. Ma, miracolosamente, dopo poche fermate la metro si svuota, zona San Paolo, e riesco addirittura a trovare un posto a sedere. 
Vicino a me un ragazzo, magro, giovane, che nel tirare fuori il telefono dalla tasca della giacca, mi urta un poco. Io mi scosto, ho mal di schiena, devo cambiare posizione, il suo movimento non c'entra nulla. Ma lui si scusa, mortificato. "Figurati, non ti preoccupare". 
Ha il viso asciutto, lo sguardo incavato e un ciuffo di capelli ribelle e scuro che lo protegge dalla sua tristezza.
Compie la telefonata che è dovuta costargli non poco. Non è di Roma, si sente dall’accento, parla veloce, vorrebbe non farlo, comunica all'altro capo del telefono, che è andata di merda, che non è passato (ad un esame, immagino). Ma il suo tono di voce è rassicurante, certo è dispiaciuto, ma è lui a fare coraggio alla persona all'altro capo del telefono. Tutto il contrario di quello che il suo corpo tradisce. Deve essere amaro deludere qualcuno che aspetta il tuo successo.
Mi riposiziono con la schiena appoggiata al sedile e comincio a sfogliare il libro prezioso che ho tra le mani. Lui chiude la telefonata, resta immobile, senza rimettere il telefono in tasca. Poi piano, impercettibile, gira la testa e comincia a sbirciare. Legge a lungo con uno sguardo di falco, che gli invidio un poco, e alla fine non resiste, mi chiede: “Mi scusi se la disturbo, ma che libro è? Perché ho letto le prime righe, è molto interessante. Io mi ricordo di Gilgamesh quando approda nel regno dei morti, e forse qualcuno gli dice che i figli sono l'unico modo per restare immortali. Come quel proverbio che c’è in questo suo libro…” 


Tira il fiato e aspetta una qualche risposta.
La meraviglia m’inceppa i pensieri, ci metto qualche secondo, così lui si sente in dovere di scusarsi ancora, e mi chiede se sono una professoressa, deve aver notato il ciuffo di capelli bianchi che spunta dal cappello.
“No, no – sorrido - non sono una professoressa ma mi piace studiare, soprattutto studiare queste cose, e non ti scusare, è bello condividere.”
Così gli racconto del libro che ho in mano, gli dico che nasce da un convegno cui ho assistito, sulla condizione liminale dei bambini nel mondo antico, e da un team di ricercatori che si stanno occupando della visione dell’infanzia nelle civiltà antiche. Gli racconto che ho studiato a lungo le culture del Vicino Oriente antico, attraverso la loro cultura materiale, e il mondo in cui funzionava il pensiero religioso nell’antichità.
Lui mi ascolta con attenzione e curiosità, poi mi dice che anche a lui piacciono molto queste, anche se è solo un perito tecnico. Poi veloce, si rende conto che è arrivato il momento di scendere: “Mi dispiace, io devo scendere, mi scusi ancora, è stato bello, buona fortuna…”
E barcollando, imbocca la porta scorrevole, già aperta, ma si volta ancora, uno sguardo-sorriso gli si apre sul volto e mi ripete “Buona fortuna”.
Anche a te giovane gentile ragazzo, che tu possa essere sorgente coraggiosa del tuo divenire, che tu possa trovare sempre la forza per vivere il momento presente come un’unica irripetibile occasione, proprio come hai dimostrato di fare con me. Credi in te, senza dire sono solo, imparando a custodire le scintille che illumineranno la tua strada.

Buona fortuna!

P.S. Il libro in questione è quello nella foto che segue: Il corpo del bambino tra realtà e metafora nelle culture antiche, a cura di A.G. Capomacchia e E. Zocca, pubblicato da Morcelliana. 
A breve, spero, un resoconto più approfondito. 


lunedì 31 luglio 2017

Il mondo fuori

Le finestre mi hanno da sempre affascinato, mi piace guardarci dentro, attraverso, come regni che si schiudono, a chi si trova dall'altra parte.
A volte il fuori è dentro, altre il dentro è fuori, tutto cambia prospettiva a seconda del punto di osservazione. Ma è sempre quell'essere oltre da un'altra parte che mi rapisce, mi impone di fissare lo sguardo, di penetrare il segreto, la cifra che tiene insieme quel mondo al di là di me.
Così mi ritrovo spesso a fotografare finestre.
Anche in queste brevi escursioni estive tra Germania e Toscana mi sono ritrovata ammaliata da ciò che si vede dalle finestre, come soglia, linea di margine, tra luce e ombra, tra noto e ignoto, tra dentro e fuori.
Ecco alcune foto e un haiku che restituiscono per me questa potente attrazione.

Occhi voraci
Declinano il mondo
Per sempre fuori


Arezzo, 21 giugno 2017, dalla camera dello studentato dove è stata ospitata Emilia per la festa della musica.










Monaco, Blutenburg, 14 luglio 2017, Internationale Jugendbibliothek, un luogo di radici, parole e immagini, fondato da Jella Lepman alla fine della seconda guerra mondiale. Straordinaria la sua autobiografia, La strada di Jella. Prima fermata Monaco, pubblicata da Sinnos.





Augsburg, 15 luglio 2017, Rathaus, dalla sala d'oro del Palazzo del Municipio.






Ancora Augsburg, Rathaus, dal lato opposto, che affaccia sulla piazza.


Finestra con viaggiatore



Occhio sul mondo, dal Fienile, agriturismo in località Meliciano, a 15 km da Arezzo, un luogo in cui la terra e le persone accolgono con abbondanza e pace



Il vigneto




La strada per tornare a casa


martedì 18 luglio 2017

Storie piccole

Negli oggetti vecchi vivono storie che agiscono su di me come calamite.
Mi attraggono in modo misterioso e viscerale, anche quando non vedo con gli occhi o non tocco con mano.
Sono diversi anni che in estate andiamo per qualche giorno a Palazzuolo sul Senio, paesino di confine tra Toscana ed Emilia Romagna, linea gotica, luogo di storie dell'ultima guerra, terra di famiglia.
La domenica c'è sempre il solito mercatino, l'ho visitato tante volte: una parte si dispone sulla strada, quella che accoglie tutto ciò che puoi trovare ormai in qualsiasi parte d'Italia. Un'altra parte invece si snoda sotto i tigli, costeggia il cimitero: lì per terra, adagiati alla bell'e meglio su stracci di fortuna, stanno cose dalle più disparate, residui di vecchie cantine, ereditate e ingombranti. Ci sono utensili da lavoro, roncole, tenaglie, punteruoli, vetrerie sbiadite, bambole vecchie e vecchie lenzuola ricamate a mano.
Se passi e ripassi impari ad affinare lo sguardo e qualcosa si incaglia all'angolo dell'occhio, devi girarti a vedere, tornare indietro se necessario. Anche questa volta mi sono voltata e tornata indietro.
Legate da un filo, sporche e incrostate, ci sono delle tesserine di una lega di rame (3 x2 cm), che hanno al centro l'incisione di una lettera. Un mondo disperso di miriadi di combinazioni, segni, contenitori di senso, che aspettano qualcuno che le ricomponga in nuove parole. Non potevo lasciarle vagare, ho dovuto prenderle con me. Cercherò con loro parole nuove e anche il modo in cui andavano usate.


Ma per le sorprese ci vuole sempre il tempo di un dialogo, come ho imparato nei suk della Siria. Ho atteso quel dialogo, rigirandomi tra le dita le mie nuove letterine. È stato allora che il proprietario del banco ha pensato bene di mostrarmi il suo vero tesoro, sicuro, non so perché, che avrebbe fatto colpo.
Apre così un raccoglitore di vecchie cartoline, alcune delle dive del cinema italiano degli anni 50' con tanto di autografo, da Sofia Loren a Gina Lollobrigida, sulle quali scorre lentamente, in attesa di un balugino dei miei occhi, che invece non c'è. Poi arriva al centro del raccoglitore e mi dice che quelli sicuramente fanno per me.
Si tratta di libricini, 10 x 6 cm, contenenti storie antiche e calendari, distribuite ai propri clienti dai commercianti tra gli anni 20' e 30' come forma di pubblicità. Ne resto incantata.







Quello che racconta la storia di Tristano e Isotta è un calendario datato 1927, e veniva distribuito da una ditta di Faenza che produceva pellicce e capelli per signore. 









Le illustrazione hanno colori vivaci, uno stile che rimanda alle influenze dell'Art Nouveau, tratti decisi che rendono compiutamente la dinamica delle figure anche in uno spazio così ridotto.  


Fanno da accompagnamento brevi testi che rimandano agli elementi essenziali e cruciali della storia, che si vuole narrare soprattutto per immagini. Una sorta di didascalie, per chi la storia la conosceva già.
Il secondo libricino-calendario, anno 1921, riporta il marchio di una profumeria di Milano, e racconta la storia di Marco Visconti, esponente nel XIV secolo della nota famiglia milanese, che governò la città per un lunghissimo periodo.


Di questo secondo calendario, oltre la fattura più pregiata nella scelta della carta e della rilegatura, spicca il peso dato alla storia scritta, che non si esaurisce in poche righe a margine delle figure, ma alla quale viene dato ampio spazio, per ben due pagine.


Sono stata letteralmente rapita dal formato, dall'idea, dalle illustrazioni, dal valore dato alle storie che in quel modo diventavano patrimonio collettivo e condiviso,  sia attraverso il testo che le illustrazioni. La funzione dichiarata di questi libricini doveva essere quella di calendari tascabili, da portare in borsa o addirittura nel portafogli, piccole conte dei giorni, da verificare al momento, quando non c'erano ancora smartphone che segnavamo il tempo di ieri e domani dall'oscurità fino alla fine dei giorni. Eppure le dimensioni dei numeri e dei giorni della settimana erano così piccole da rendersi quasi illeggibili. 
Forse per questo era necessario rendere più accattivante il calendario, e lo si faceva corredandolo di storie illustrate, di un passato locale e lontano storicamente, oppure addirittura di storie lontane culturalmente. L'importante è che queste storie ci fossero e che fossero "leggibili" da chiunque in un tempo breve ma in modo efficace. A questo servivano le illustrazioni.
Facendo una piccola ricerca ho scoperto che non tutti i commercianti sceglievano storie però. Alcuni preferivano i giocatori di calcio della squadra cittadina, altri divinità indiane, altri ancora figure di santi. Dipendeva certo dal tipo di esercizio commerciale e anche dall'importanza della ditta, se era o no una nota profumeria nel centro di Milano o una pellicceria di Faenza, come appaiono quelle citate nei miei libricini.
Quindi l'idea di metterci una storia era una scelta consapevole, non consueta, perché non tutti facevano così. Questo li rende, almeno per me, ancora più affascinanti.
Mentre me li rigiro tra le mani non posso fare a meno di immaginarmi le persone che li hanno posseduti e le occasioni nelle quali li hanno letti, dimenticandosi, chissà, del giorno e del mese che volevano cercare, a vantaggio di quelle storie.
Come sarei felice se quest'anno a dicembre andando dal mio parrucchiere, in farmacia, dal panettiere,  trovassi questi libricini-calendario, con storie piccole, del nostro passato cittadino e non solo, delle persone che hanno pensato e fatto cose grandi e che ci hanno preceduto, rendendo più umano il nostro divenire in questo mondo.


giovedì 16 marzo 2017

Sorelle di carta

Sono passati sei anni da quando in Siria c'è la guerra.
Per questo ho deciso di scrivere questo post, con l'idea di raccontare ancora di quella Siria di cui ho scritto nel libro, Sorelle di carta, ma anche del viaggio che il libro stesso ha compiuto tra le ragazze e i ragazzi che ho incontrato in questi anni.
Una ragazza, in un incontro che ho avuto nella libreria Feltrinelli di Verona a febbraio, mi ha chiesto quale fosse stato il sentimento che mi aveva spinto a scrivere la storia. Di emozioni ne ho provate molte, perché come dicevo anche a lei, l'emozione è qualcosa che investe il corpo, è una reazione incontrollata o scarsamente controllabile a uno stimolo esterno. E quando scrivo storie mi capita di stare così dentro i dialoghi, le situazioni, i personaggi e ciò che accade loro, che sì, mentre le dita battono incessantemente sulla tastiera, comincio a sudare, o al contrario ad avere le mani gelate in pieno luglio, e un gran batticuore.
Il sentimento è qualcosa di diverso, è composto da radici che tessono legami con la terra della nostra memoria. E in questo caso il sentimento che mi pervade ancora oggi è quello della gratitudine.
Gratitudine per un paese e per un popolo che mi ha accolto nonostante la mia alterità, che mi ha mostrato senza reticenze la sua natura intima, che mi ha donato la capacità di scartare un angolo di osservazione e provare a vedere da una prospettiva altra.

Il villaggio di Tell Mardikh visto dalle mura della città antica

Hamid e Ahmed Ajali in posa dopo aver preparato il cantiere per le foto finali

Ho lavorato in Siria per tanti anni, con periodi di permanenza di diversi mesi ogni anno. Mi è capitato di partire ad estate appena cominciata e di tornare a novembre, quando qui brillavano già le luminarie di Natale. Ogni partenza e ogni ritorno sono stati un viaggio di crescita, sono state parole scritte sul nastro della mia memoria. Ho messo a dimora immagini, colori, odori, sensazioni, paure, gioie, incomprensioni, difficoltà, resistenza, dialogo, affetti profondi, quelli che poi sono confluiti nel libro.

Buseina e Dua con me sotto la tenda di casa

Spessissimo i ragazzi mi chiedono se i personaggi e la storia siano vere, come se l'esserlo avesse un valore aggiunto, come se desse alla storia quel quid in più. Così racconto loro che per me ogni storia è vera, nella misura in cui posso leggerci una parte di me, che prima non vedevo, e questo mi da la possibilità di ricrivere allo stesso tempo nuove traiettorie esperienziali.
Il libro è dunque nato per raccontare della Siria, per mostrare un paese che in pochi anni è diventato, negli occhi della memoria di tutti, solo e soltanto guerra, distruzione, profughi. E di cui invece io ho conosciuto soprattutto la bellezza culturale e umana.
Ma volevo anche raccontare di quel paese, straniero a molti adulti, che è l'adolescenza, dove le storie hanno il potere di una cassa di risonanza che amplifica emozioni, vissuti, esperienze, segnando e costruendo possibili nuovi scenari indentitari.
Così scrive Andrea (3G): Da questo testo emerge anche il bisogno di libertà da parte della protagonista e la forma di ribellione che lei coltiva nel corso del tempo. (Andrea 3G)
In realtà Costanza non riesce a trovare davvero un modo per resistere al mondo degli adulti, in Siria ci si ritrova lo stesso, nonostante le sue resistenze, e la scuola che frequenta è quella che hanno scelto i suoi genitori. Ma sarà proprio questo accumulo di situazioni che la porterà a esplorare una parte di sé e a trovare comunque una strada nuova, proprio all'interno di quelle situazioni non volute.

Aima vista con gli occhi di Sara (3 A)

Una cosa che credo sia piaciuta molto ai lettori, è stato il sentirsi dentro la vita di Costanza, perché quella storia in fondo, poteva essere anche loro, perché hanno sentito di potercisi riconoscere. E quel desiderio di sperimentare la vita per conto proprio, in autonomia, è tutta dentro i ragazzi. Ne hanno bisogno, sentono di dover provare a fare da soli, senza qualcuno pronto lì a puntare il dito, per dire "te lo avevo detto", al primo sbaglio.
Ginevra (3G) scrive: Sembra quasi che la scrittrice sia un'adolescente. I sentimenti che prova Costanza sono uguali a quelli che si provano quotidianamente. Lo ammetto io, che non leggo molti libri, perché quelli che trovo sono molto dispersivi, invece Sorelle di carta a mio giudizio è molto fluido ed è stato facile leggerlo. Oltretutto leggendo si ha la sensazione di entrare in questa vicenda. 
Ancora Natalie (3 A) scrive: Questo libro è stato forse l'unico a suscitare in me le stesse emozioni delle due ragazze, di Costanza e Aima, che completamente differenti nel loro modo di vivere, rischiano tutto per difendere il loro desiderio di libertà."
Alice (3 A) scrive: Ho amato ogni pagina di questo romanzo, forse perché assomiglio a Costanza, o per il linguaggio e le vicende attuali che mi hanno fatto immedesimare con facilità nella protagonista.
Nel libro Costanza e Aima non si trovano mai in prima linea sulla scena della guerra, ma ne sentono tutti gli effetti devastanti, avvertono crescere la tensione, vedono il fratello di Aima unirsi ai combattenti per la liberazione della Siria dalla dittatura, vedono la paura negli occhi e nei gesti delle persone adulte.
Questa tensione ha valicato il confine della storia, è entrata in forte relazione con i lettori, a tal punto che mi hanno chiesto più volte se fossi stata lì durante la guerra. Ovviamente no, ma negli anni in cui sono stata in Siria era evidente a ogni angolo di strada che non si trattasse di un paese democratico e libero, soprattutto per chi ci viveva. Ho respirato sulla mia pelle quella tensione, ho ascoltato gli anziani lamentarsi mestamente e a voce bassa di come andassero le cose. Quasi sempre le lettere che ricevevo dall'Italia erano state aperte e richiuse, con tanto di briciole di cibo dentro, e spesso private di una parte del loro contenuto, una foto, uno spartito musicale. La censura era sempre attiva e noi che lavoravamo lì non potevamo mai dimenticarcene.
Ricordo esattamente l'alba di una mattina, quella che seguiva l'affermazione di un nostro politico sul fatto che la cultura dell'Occidente fosse superiore a quella dell'Islam, ricordo le parole pesanti degli operai più grandi, ricordo quel loro sguardo ferito, e l'impossibilità mia di poter dire davvero tutto quello che pensavo in quel momento.
Mi limitai a dire che avevano ragione  e che certo io non la pensavo affatto così. Ma non potevo in nessun modo intavolare con loro una discussione politica, per nessuna ragione al mondo. Provai su di me un senso di impotenza e di abbattimento. Dopo qualche giorno uno di loro arrivò con un dono per me, una piccola croce di ferro, da appendere a un cordino, incartata in un angolo di foglio di giornale. La conservo nella mia scatola dei ricordi come il segno evidente che l'amore e il rispetto passano indissolubilmente dalla conoscenza. Sperai davvero con tutta me stessa che prima o poi la Siria potesse aprirsi a un percorso di democratizzazione, difficile ma necessario. Lo chiedevano i tempi e lo chiedeva il suo popolo.

Tell Mardikh, vista dalle mura della città antica 

Racconto tutto questo ai ragazzi che incontro, racconto della storia della Siria, delle sue origine moderne, e di come le manifestazione pacifiche svoltesi a Dar'a, a metà Marzo del 2011, potessero rappresentare davvero un'occasione, perché per la prima volta la società civile manifestava con un intento comune. Occasione purtroppo fallita e mancata, degenerata in brevissimo tempo in una catastrofe senza precedenti.
Credo che per i ragazzi gli incontri con me siano stata un'occasione di confronto e di approfondimento, perché spesso ciò che apprendono dai mezzi di informazione, è solo la notizia del momento, il massacro dell'ultima ora, non una ricostruzione accurata di come ci si sia arrivati a tanto scempio. Le immagini scorrono senza fondo, senza un sostrato nel quale trovare collazione, e così scivolano via, giorno dopo giorno, lontano da loro, e pure da noi.
Per questo sono convinta che ai ragazzi invece dobbiamo dare gli strumenti per non fermarsi a quelle immagini prive di prospettiva e terza dimensione, perché hanno bisogno di comprendere che ciò che accade non è esito momentaneo di un fatto particolare, ma conseguenza di un percorso, di una storia, in cui nessun attore in gioco, dunque nemmeno l'Occidente, può tirarsene fuori.
Scrive ancora Lucrezia (3 A): In questo libro ho visto crescere Costanza e Aima e con loro sono cresciuta anche io perché ho capito che le differenze di cultura e tradizioni non possono fermare "il desiderio", "la speranza" e "l'immaginazione". Questo libro è stato per me la chiave che ha aperto la porta dei miei pensieri verso le persone adulte. Mi è piaciuto come la scrittrice si è immedesimata in una ragazza quattordicenne con tutti i suoi problemi, consiglio quindi questo libro anche alle persone adulte per rinfrescare l'età dell'adolescenza che a loro non appartiene più"
Questo scrive ancora Francesca (3A): Personalmente ho adorato questo libro, soprattutto, l'idea, il pensiero su cui è stato costruito, quello di riscattare la vita di un intero popolo, di uomini, donne e bambini, che molto spesso non possono esprimere le proprie idee e talenti.
In un articolo, uscito domenica scorsa su Robinson, l'inserto di La Repubblica dedicato alla letteratura(http://www.repubblica.it/cultura/2017/03/11/news/robinson_12_marzo_raccontare_la_realta_con_gli_scritto_da_carrere_a_grossman-160305882/?ref=search), dal titolo, L'arte di raccontare la realtà, diversi grandi autori, tra i quali David Grossman, rivendicavano il senso e il potere della fiction. L'articolo andrebbe letto e riletto: il senso della riflessione poneva l'attenzione sul fatto che la letteratura, con le sue narrazione, ha il potere di restituire voce, dignità, visibilità alla complessità di ogni singola vita umana, a fronte spesso di una spersonalizzazione disumanizzante della rappresentazione giornalistica, che invece mostra le masse come fossero un'entità astratta, con cui è difficile empatizzare. Lo scrittore ha la possibilità di scegliere un protagonista è in esso mettere in scena il caleidoscopio di vissuti, sentimenti, emozioni che quelle persone coltivano e vivono.
Quello che ho cercato di fare con Sorelle di carta è stato proprio questo, narrare della Siria dal di dentro, per come l'ho conosciuta e vissuta io, in tanti anni di vita trascorsa lì. Ho voluto che le difficoltà, le paure, le ansie di libertà, i desideri e i sogni si palesassero concretamente nel corpo, nella mente, nel cuore di due adolescenti. Ho voluto che la Siria non fosse rappresentata solo per l'aberrazione delle sue fosse comuni, ma anche e soprattutto per la magnificenza della sua cultura millenaria, che appartiene a tutti noi, in primis al suo popolo.

Tell Banat, Medio Eufrate, Siria

Tell Banat, bambini sullo scavo

A casa di Mahmoud con Susanna, chissà di cosa discutevamo...

Ora ciò che vorrei davvero è che il libro continuasse a viaggiare qui in Italia, ma anche così a lungo da arrivare lì, dove tutto questo è nato. Un desiderio folle, lo so, ma sarebbe davvero bello se un giorno Sorelle di carta potesse essere letto dalle ragazze e dai ragazzi siriani.
Forse allora potrei pensare davvero, come mi hanno chiesto moltissimi dei ragazzi che ho incontrato, di continuare questa storia. E magari con un finale in cui la Siria e i suoi giovani possano riprendersi in mano le file e le traiettorie del proprio futuro.

Il braccialetto me lo ha regalato una ragazza che era in prima fila all'incontro di Verona. Una ragazza  tunisina, con un bellissimo velo in testa, che mi ha detto che anche lei aveva a cuore, come me, la mia Suria, nome che ha pronunciato in arabo. 

Ogni libro non nasce mai da solo: perché una storia arrivi tra le mani dei lettori, c'è tanto tantissimo lavoro da fare, un lavoro fatto soprattutto di cura, di attenzione, di sostegno, di pazienza, di passione, di accoglienza. Questa storia non sarebbe mai venuta alla luce se un'amica non mi avesse detto che la casa editrice con la quale ho poi pubblicato, Mammeonline, ora Matilda Editrice, stava aprendo una nuova collana, Crisalidi e Farfalle, e che sarebbe stata perfetta per il mio libro. Di questa casa che mi  ha accolto ringrazio di cuore Donatella Caione per avere sentito la mia storia, dentro e oltre, le file di parole, che la costruivano.
Così come ringrazio tutte le insegnanti che ho incontrato in questi anni per avermi accolto nelle proprie aule, in modo particolare il mio grazie va all'I.C. W.A. Mozart e soprattutto alla professoressa Laura Girlando, per la sua tenacia e la sua fiducia.
E da ultimo, ma non per importanza, alle ragazze e ai ragazzi, miei lettori, grazie di cuore!